5 dicembre 1944: rastrellamento di Amola

Chiesa Amola di PianoMatteo Zambelli:

"Ai tanti che invocano il ritorno di fascismi vari, leggete un po', aprite il cervello, e rendetevi conto che non sapete neanche di cosa state parlando…"

 

Amola del Piano è una frazione di S. Giovanni in Persiceto. Nella zona operava un btg della 63a brg Bolero Garibaldi. Di come si svolse l’operazione è possibile leggerla qui.
In questa pagina ho raccolto le testimonianze di chi ha vissuto quelle drammatiche ore in prima persona.

Testimonianze

AUGUSTO MONTEVENTI
Vice comandante nel battaglione «Sergio» della 63a brigata Garibaldi

Il 5 dicembre 1944 Anzola subì un duro rastrellamento da parte di paracadutisti e di SS, ai quali si affiancarono i fascisti di Anzola che ritornarono in paese per sfogare il loro livore contro la popolazione ed i partigiani.
Servendosi di una spia, andarono in diverse basi e arrestarono diversi contadini e partigiani ed in paese portarono tutti gli uomini che trovarono mettendoli nelle scuole comunali. Gli arrestati furono portati in parte nelle carceri di Bologna in parte furono fucilati a Sabbiuno, altri a San Ruffillo, una parte invece fu mandata nel campo di concentramento di Mauthausen; pochi di questi ritornarono In quel Lager morirono 13 partigiani anzolesi e fra questi anche il carabiniere partigiano Ferdinando Micelli.

JOLE VERONESI

La mattina del 5 dicembre ci fu un grosso rastrellamento fatto dai repubblichini e dai tedeschi per la delazione di una spia, un brigatista nero di nome Ugo Lambertini. Rastrellarono tutte le migliori basi, che poi incendiarono, e portarono gli uomini nelle scuole di Anzola, poi al Lavino di Mezzo ed infine a San Giovanni in Monte, da dove venivano prelevati e portati al comando tedesco, in via Santa Chiara, per duri interrogatori e confronti con il delatore; mi recai là diverse volte per potere avere un colloquio col mio fidanzato, ma non vi riuscii. Ebbi sue notizie da un suo zio, anche lui arrestato e poi rilasciato; mi disse che si disperava per me e per il bimbo che doveva nascere e mi fece recapitare, su di un foglio di carta straccia, le sue ultime volontà che mi servirono per poter riconoscere nostro figlio come figlio naturale e orfano di guerra

ARMANDO MARZOCCHI
Partigiano nel distaccamento di Anzola della 7° brigata GAP

Il 5 dicembre i nazifascisti attuarono uno spietato rastrellamento nella zona di Amola, che costò la vita a venti partigiani, trucidati alla fine del mese nei calanchi dei Colli di Paderno, a Bologna, e la deportazione di dieci partigiani e civili in Lager tedeschi dai quali otto non faranno ritorno.
Due giorni dopo, il 7 dicembre, i nazifascisti ripeterono l’azione nelle zone di Borgata Città e Borgata Casale con arresti e deportazioni di undici partigiani e altri arresti furono effettuati il 14 dicembre. Malgrado queste perdite il movimento, grazie all’ampiezza della partecipazione popolare, riuscirà però a ricomporsi presentandosi con nuova forza e slancio nelle giornate insurrezionali.

VITTORIO SERRA

Nella notte fra il 4 e il 5 dicembre 1944 un grande rastrellamento colpì tutta la frazione. Erano circa le 5 del mattino quando entrarono in casa dopo aver rotto la vecchia porta. Io scesi subito, per primo. C’erano sette o otto tedeschi e Hans, il tedesco che era stato con i partigiani di Amola. Mi fecero accostare al muro e due si misero ai miei fianchi con la pistola puntata. Altri salirono la scala e, giunti nella camera, dissero forte: « Serra Luciano, alzati! ». Hans disse: « Questo è il commissario della brigata rossa ». Poi fecero alzare anche l’altro mio figlio, Dante, e dissero a mia moglie di stare a letto. Ma lei rispose che si alzava.

Intanto che i figli si mettevano qualcosa addosso, i tedeschi frugarono nel letto e sotto il mio cuscino trovarono il mio portafoglio e lo presero, nonostante le proteste insistenti di mia moglie. Quindi scesero tutti. Mia moglie protestò ancora con il comandante per quello che facevano, e anche per il portafoglio, che così mi venne restituito.
I tedeschi cercavano e chiedevano di Brunello. Misero sottosopra un magazzino dove avevamo un poco di canapa ammucchiata. Naturalmente non trovarono nulla e noi non dicemmo nulla. Allora chiesero della corda. Mia moglie temeva che ci impiccassero subito. Invece, quando la trovarono, se ne servirono per legarci le mani dietro alla schiena. Un tedesco intanto ci disse: « Adesso preparatevi alla fucilazione ». Mio figlio Luciano si rivolse alla mamma e disse: « Non dargli mica retta, mamma, non è vero ».

Quindi ci unirono ad altri due rastrellati, uno degli Alberghini e uno dei Manfredi. Una parte dei tedeschi, però, rimase in casa e si fecero preparare da mangiare, esigendo quello che trovavano: salsiccia, salame e altro.
Poi presero le nostre biciclette e, esclusi due, se ne andarono. I due rimasti non permisero a mia moglie e alle due figlie di muoversi. Non poterono assolutamente uscire di casa per tutto il giorno. Verso sera, altri sei o sette tedeschi giunsero con l’intenzione di sistemarsi per dormire; poi sopravvenne un ordine e se ne andarono tutti.

Intanto noi, al mattino, eravamo stati portati al forno, in via Crevalcore, dove erano raggruppati molti dei rastrellati; poi, in colonna, a piedi e sotto scorta tedesca armata, ci fecero andare alla chiesa di Amola dalla quale il parroco era assente, passando da via Amola.

Rinchiusi nella chiesa scelsero i più noti ad Hans per le attività partigiane e li fecero passare in sagrestia; gli altri — escluso qualche vecchio lasciato libero, li rimisero in colonna e, per via San Bernardino, tra la nebbia, li fecero andare a Sant’Agata Bolognese.
Io ero fra quelli trattenuti in sagrestia, assieme ai due figli. Cominciarono a maltrattarci, a bastonarci. I più giovani li facevano passare sull’altare, li picchiavano e li schiaffeggiavano. Più tardi con un camion tutto chiuso, per cui non potevamo capire dove andavamo, ci portarono anche noi a Sant’Agata, nel teatro, dove ce n’erano tanti che riempivano la sala, i corridoi, le scale. A noi fu riservata la galleria.

Qui venne fatto il confronto, uno per uno, con Hans, e anche Fred che non faceva altro che confermare. Io dissi che non sapevo nulla di attività partigiane dei miei figli. E in realtà non sapevo molto, poiché loro non si confidavano e nemmeno lo volevo che ne parlassero. Ma ne sapevo abbastanza per dover tacere ai tedeschi.
Dopo questa « prova » una gran parte dei rastrellati — circa 230 persone — venne rilasciata. Gli altri, tra cui anch’io, rimasero nel teatro per tre giorni e tre notti, senza mangiare.

Quando ritornai a casa, mia moglie mi disse che il mattino seguente il rastrellamento lei e moltissime altre donne erano andate a Sant’Agata per avere notizie.
Ma c’era un forte schieramento di tedeschi e nessuno veniva ricevuto, anzi furono trattate in malo modo. Così dovettero rassegnarsi e tornare a casa.
Dai conti dei rilasciati e poi da quello dei caduti e dispersi, si può calcolare che eravamo una sessantina, fra cui otto donne: Dina Toselli, Berta Forni, Nella Alberghini, Teresa e Romana Manzi, Rina e Giordana Martinetti, Maria Manfredini.
Noi uomini fummo legati con una fune sottile e con una « cavezza » (a cui era ancora attaccata la mordecchia), e ciò ci causava un male atroce. Le donne cercarono di fare un poco di fuoco racimolando quello che era possibile. Riuscirono a fare anche una specie di caffè per darci qualcosa da bere.

DINA POGGI

II rastrellamento del 5 dicembre 1944 nella nostra località avvenne in questo modo.
La prima casa fu quella di Manzi, che era più spostata nella valle. Lì presero tutti, lasciando a casa solo la moglie e una ragazzetta. Giunsero poi alla nostra casa, alle otto del mattino. La circondarono e poi vennero avanti. Noi eravamo appena alzati. Entrarono e ci fecero uscire; i bambini li chiusero in casa, rovistarono in tutte le nostre stanze e anche nel fienile. Ci misero tutti in fila davanti a casa, insieme ai Manzi e agli altri che arrestavano, mano a mano che passavano per la strada.

Nella nebbia videro a distanza un uomo che attraversava la campagna, spararono in quella direzione e poi lo fecero venire da noi. Era un ragazzo, figlio di Melloni, che poi lasciarono andare. Noi abbiamo dato ai Manzi delle calze da mettere ai piedi perché li avevano fatti uscire in fretta senza permettere loro di vestirsi e così tremavano per il gran freddo.

Prima di partire con i rastrellati aprirono la porta e lasciarono uscire i bimbi. Poi « allentarono » la
guardia ai rastrellati; mio marito si appoggiò allora alla porta di casa e, forse per tranquillizzarci, accese una sigaretta. Un tedesco gli diede allora uno schiaffo che gli fece saltare la sigaretta.
Intanto in casa avevano finito la perquisizione. Tutto era sottosopra, ma non avevano trovato nulla. Presero un libretto di banca al portatore, dove c’erano 12.000 lire che vennero ritirate. Ritrovammo il libretto all’ufficio danni di guerra.

Finita la perquisizione lasciarono andare alcuni passanti che erano stati fermati e poi avviarono i rastrellati, a piedi e incolonnati, verso Persiceto.
Rimasi a casa io, mia cognata, la suocera di 70 anni ed i bimbi (Orazio di 8 anni e la piccola di 7 mesi): guardammo disperati i nostri cari che si allontanavano nella nebbia e li seguimmo con lo sguardo finché fu possibile vederli. Poi andai a Sant’Agata con dei documenti per vedere se potevano contare qualcosa e se potevo incontrarli, ma non ci fu nulla da fare. Il giorno dopo andò Rina, moglie di Mario: le fecero vedere suo marito con le mani legate e una croce segnata sulla schiena, con del gesso bianco: era il segno di identificazione come partigiano.

Dopo li trasferirono a Bologna e la Rina andò due volte a portare roba da mangiare e da vestire, ma senza mai riuscire ad avere un colloquio. In seguito sapemmo che mio marito Albano era stato portato via il 14 dicembre e fucilato ai colli di Paderno; Mario, invece, venne fatto partire per la Germania con quelli del 23 dicembre del 1944 ed è morto nel Lager. L’avv. Ario Costa di Bologna, egli pure internato in Germania, ci ha detto che Mario, il 12 aprile 1945, era sfinito e cadde a terra non potendone più. Erano nel campo di Mauthausen ed è finito in un forno crematorio.

Dartagnan, l’ultimo Partigiano

CottiAlberto-tesserino  Ieri siamo stati in tanti a lasciare un commovente saluto al partigiano Alberto Cotti, nome di battaglia "Dartagnan".

E' stato un addio commosso all'ultimo partigiano persicetano spentosi mercoledì all'età di 94 anni. A salutarlo per l'ultima volta c'erano i compagni che con lui hanno condiviso cento battaglie per i diritti civili e la giustizia sociale nella nostra terra, gli amici di vecchia data e le autorità, ma anche giovani che di Dartagnan hanno conosciuto le sue azioni ed il suo impegno e che lo amavano come persona.

Tutti assieme di fronte alla “sua” Casa del popolo di cui fu fondatore e amministratore, davanti alla sede del PCI – a cui si iscrisse nel '43 quando si era fucilati a farlo – ora circolo Pd, per ringraziarlo per quanto ha fatto per Persiceto e per raccogliere il testimone della sua lotta e proseguire le sue battaglie per la libertà e la dignità delle persone.

Salutiamo D'Artagnan, – ha detto il Sindaco Renato Mazzuca – un persicetano che ci ha restituito la libertà dopo gli anni bui del nazifascismo. Nella sua autobiografia scriveva: tutto ciò che oggi è goduto come un diritto naturale, senza un atto d'origine, si sappia che invece ha avuto un inizio e un prezzo, chi c'era sa quanto alto”.

Come ha ricordato il primo cittadino, bastava unicamente la sua presenza per ricordare gli ideali da difendere, “siamo in un momento difficile – ha continuato Mazzuca – oggi la Resistenza è diversa nel metodo ma non nel merito. Dobbiamo esserci tutti. Ancora una volta con la sua presenza ci dice che dobbiamo continuare a combattere e a stare uniti. Se ci dividiamo non ce la facciamo”.

Non è riuscita a trattenere le lacrime Maria Resca, curatrice delle prime biografie di Alberto Cotti che ricordando il loro incontro  ha letto alcuni toccanti passaggi del suo libro "Il Partigiano Dartagnan". Numerosi i componenti del Circolo Accatà, con la bandiera della vecchia Sezione del Pci fondata da Dartagnan nel '46 assieme ai compagni della Sap partigiana che in quel luogo si trovavano per organizzarsi e dove dopo la liberazione misero la "baràca" un prefabbricato che recuperarono da un magazzino di materiale bellico tedesco. Questi giovani hanno ricordato la sua ironia e i viaggi indimenticabili con lui sugli Appennini, nei luoghi delle battaglie contro il nazifascismo, e la sua grande capacità di coinvolgere i più giovani nel rivivere quei fatti distanti. “D'Artagnan sapeva rendere quella scelta partigiana, comunque rischiosa coraggiosa e non scontata, molto umana e molto più vicina e quindi più facile da immaginare e da comprendere. L'Accatà era legata a lui da un filo rosso. Era quello il luogo dove lui era nato e in via Permuta dove aveva organizzato la sua prima riunione clandestina come partigiano. Per noi è stato un privilegio trovarlo lì”.

Dopo gli ultimi saluti e le condoglianze, il corteo si è poi spostato sulle note di “Bella ciao” verso il cimitero, seguito dalle bandiere per cui “Dartagnan” ha combattuto. Al passaggio del feretro nessuno dice nulla, lo osserva con fierezza e lo saluta col pugno chiuso.

Addio D2       Addio D1

In un ipotetico regime omosessuale… tu?

sentinella in piedi A Sant'Agata è attivo un fervente nucleo di Sentinelle in Piedi -integraliste e confessionalmente talebane – a cui i locali compagni hanno incautamente (e negligentemente) affidato l'amministrazione del Paese.

In una loro pagina di FB, dove quotidianamente lottano contro l'uguaglianza di genere, contro l'aborto e il peccato e contro gli omosessuali in ogni loro forma, sia esistenziale che espressiva, abbiamo posto il seguente scenario  immaginario con quesito.

" Immaginiamo una società dove cittadini omosessuali divengano la maggioranza, e rappresentati da un loro partito governino.
Come te Massimo (immagino) anch'io credo fermamente nella democrazia, e non vedrei come una simile eventualità potesse essere fermata, salvo con la discussione ed il confronto delle idee.

Immaginiamo però che questa esperienza di governo venga portata all'eccesso, con movimenti radicali omosessuali -sostenuti da loro adeguate fedi pseudo religiose- che tendano ad imporre per legge quelle loro fedi e abitudini, sia sessuali che etiche, prima stigmatizzando, poi relegando e ghettizzando chi non si adegua, infine impedendo loro il matrimonio, i figli naturali ecc..

In quel caso, mi opporrei strenuamente a questi radicalismi perchè ritengo che ognuno debba decidere liberamente su di sè e sulla sua persona, abitudini sessuali ed unioni comprese e che per esse non si possa essere derisi, emarginati dalla società o costretti ad accettarne regole -sulla persona- non condivise.

Tu Massimo e voi che leggete, accettereste questi radicalismi o come me vi opporreste tenacemente ?
E se come me vi sentiste pronti ad opporvi, per quali motivi ritenete invece "accettabile" la vostra attuale campagna finalizzata ad imporre i vostri concetti etici sulla vita degli omosessuali?

Vi ringrazio anticipatamente per le vostre risposte, considerazioni e commenti. "

Nessuna sentinella talebana – dei tantissimi che hanno letto – ha commentato.

Gli unici commenti – interessantissimi come sempre – sono stati dei frequentatori di Persiceto Caffè, che riporto sotto al fine di salvare la bella discussione.  😉 

Omaggio al Re

10676169_10205255094311237_2690327823930843114_nLa pagina di facebook dei fans di Gino è in continua crescita e attualmente ammonta a 1.135 simpatizzanti, un fenomeno importante per un paese come Persiceto.
Dopo che alcuni giornali hanno scritto di lui previa intervista, adesso tocca alla TV di Stato.
Fra gli iscritti al club qualcuno ha manifestato la sua disapprovazione, dicendo che è solo un gatto e che tutta questa attenzione lo può far soffrire ipotizzando inoltre che il sindaco Mazzuca lo userebbe per farsi pubblicità, ma a me sembra tutto esagerato.
Se un gatto lo maltratti se ne va. E a cosa può sevire la pubblicità ad un Sindaco che è alla fine del suo secondo mandato?

Chi conosce i gatti sa che la differenza col cane è abissale. Il cane è felicissimo che tu sia il suo padrone, anche se lo tieni legato e a volte anche se lo bastoni. Vorrebbe sempre starti vicino e di solito è disposto a fare qualsiasi cosa per te.
Il gatto generalmente…si degna di farsi accarezzare da te (solo in certe zone del corpo), si degna di venire a vivere, o a “passare” a casa tua e ti permette anche di essere al suo servizio.
Che il padrone è lui, è sottinteso.
Quando “adotti” un gatto non lo sai, ma diventi automaticamente suo servo. Figuriamoci poi quando ai suoi piedi ha un’intera comunità umana. Nessuno ti ha incoronato RE, lo sei di fatto.
Questa apprensione manifestata da alcuni per un fenomeno mediatico così importante può essere condivisa, ma che ci possiamo fare?
Forse non sanno che Gino era RE molto prima che i suoi sudditi se ne accorgessero, prima ancora che Mazzuca lavorasse al suo ufficio di Sindaco e prima ancora che arrivasse facebook.
Ricordo molto bene quando, anni fa lo vidi stravaccato il bella mostra nella vetrina della farmacia.
Sul momento pensai che il padrone fosse il farmacista ma mi sbagliavo. Sì perchè come tutti i gatti anche Gino non aveva padroni, ma eravamo tutti noi Persicetani i suoi servi senza saperlo.
Ci sono state persone che non amando i gatti lo hanno scacciato dai luoghi che lui frequenta, ma i sudditi che gli sono fedeli sono prontamente intervenuti redarguendo severamente quei bruti selvaggi, che si sono anche scusati pubblicamente in televisione.

Quello che sta succedendo intorno al sovrano è un fenomeno che oramai nessuno può controllare, una cosa più grande di noi che non ci è sfuggita di mano, ma che ne siamo stati in balìa fin dal principio.
Siamo solo all’inizio, dopo la RAI, sarà il turno del cinema, degli oscar, della visita da parte di capi di Stato, del Papa, di altri RE e Regine…
Chi è La regina Elisabetta? Sbagiuzza!
Aspettiamoci anche l’invito alle Nazioni Unite e infine perchè no? Una bella passeggiata sulle acque!

Siena Federico partigiano

Siena Federico  di Carlo D’Adamo

1. Federico Siena era sordomuto, ma da ragazzo aveva imparato in un istituto a leggere le labbra e ad articolare qualche suono. Era molto legato al fratello maggiore, Antonio, con cui usciva; insieme frequentavano gli ambienti antifascisti di Concordia e San Possidonio. Dopo l’Otto Settembre il fratello maturò la decisione di andare in montagna per unirsi ai partigiani.

Un giorno di gennaio del 1945 Federico, invece di andare come sempre in bicicletta a Concordia, dove lavorava come aiutante da un sarto, prese la bicicletta per andare anche lui in montagna, a raggiungere il fratello; arrivò nella zona di Montefiorino e chiese di poter restare là con i partigiani.

Lo misero in cucina a preparare il rancio, e soltanto in occasione di scontri ravvicinati con i tedeschi lo utilizzarono come combattente. Nei momenti di relax, ricordava Loris Maggi, qualcuno si divertiva a fingere un attacco nemico e si gettava per terra, per fare uno scherzo a Federico che, ovviamente, non sentiva niente ma si gettava per terra imitando gli altri.

2. Una volta andato in pensione dopo aver fatto per tanti anni l’impiegato all’anagrafe di San Giovanni in Persiceto, Loris Maggi si mise a svolgere ricerche sui partigiani che quarant’anni prima avevano combattuto con lui a Montefiorino. Con molti era rimasto in contatto attraverso l’ANPI, di altri aveva notizie attraverso conoscenti comuni, ma di qualcuno aveva perso le tracce. Così si mise con pazienza a cercare tutti quelli che avevano condiviso con lui quel momento particolarmente importante della nostra storia. Tra i partigiani di Montefiorino Maggi ricordava anche Federico, un ragazzo sordomuto che si era presentato in montagna arrivando da solo in bicicletta, e che era stato accettato dopo molte esitazioni.

Maggi ricordava che Federico era di San Possidonio, e andò là per cercare le tracce del suo amico. “È nel ricovero di Persiceto”, gli dissero. Maggi rimase stupito, sia perché Federico, che lui aveva cercato dovunque, era proprio dove lui viveva e dove aveva lavorato per tutta la vita, a Persiceto, sia perché Federico era finito in un ricovero.

Bisogna sapere che allora a San Giovanni in Persiceto l’ospedale-ricovero era l’azienda più grande: c’erano dentro matti, orfani, poveri, pastori sardi, umanità di serie B o di serie C, con o senza problemi psichici, ma certo con problemi di integrazione e senza alcuna tutela sociale.

3. Bisogna sapere anche che, quando Maggi si mise sulle tracce di Federico, lavorava nell’azienda sanitaria la dottoressa Gabriella Boilini, sociologa, che con pazienza e non senza incontrare ostacoli di ogni tipo si dava da fare per ridare ai ricoverati la loro dignità, cercando di restituire alla famiglia di appartenenza chi poteva essere liberato, e di riportare almeno nel comune d’origine, in qualche struttura vicina a casa, chi veniva da lontano.

Perché Federico Siena era finito nel Padiglione 4, nel cosiddetto “reparto sudici”? chiedevo alla dottoressa Boilini nel 1986, cercando di ricostruire la storia del partigiano sordomuto.

Credo – rispondeva la dottoressa Boilini – per esigenze dovute alla organizzazione del servizio. Nel Padiglione 4 oltre al “reparto sudici” c’era anche il reparto aperto e l’infermeria. Magari poteva finire in quel reparto qualche paziente che non era in grado di spiegarsi…

Allora potrebbe succedere, ad esempio, anche ad un finlandese? – chiedevo io – di finire qui e di ritrovarsi nel “reparto sudici”?

La dottoressa Boilini rispondeva: Capitava anche ai sardi.

4. Tra i ricoverati molti erano i sardi: povera gente che parlava solo in sardo e che gli infermieri, che parlavano in bolognese, non capivano; per questo molti di loro finivano nel “reparto sudici”, dove la doccia settimanale veniva effettuata dal personale mettendo in fila i ricoverati nudi, e poi innaffiandoli con il tubo di gomma: una specie di lavaggio auto su esseri umani. Nei primi mesi del 1973, a quanto si legge dai documenti, i sardi ricoverati a Persiceto erano 163.

Ci volle la pazienza di Gabriella Boilini, che scriveva alle amministrazioni provinciali di Cagliari e Nuoro e ai sindaci di tanti comuni della Sardegna, per preparare le condizioni per un ritorno nei luoghi d’origine dei ricoverati.

Cagliari aveva le strutture ed inviò i propri operatori per prendere i ricoverati e riaccompagnarli in Sardegna. Il rientro avvenne tra il 1973 e il 1974. Rimasero così circa 50 pazienti della provincia di Nuoro, che assunse operatori privati che furono inviati a Persiceto per programmare insieme agli assistenti sociali persicetani le modalità del rientro.

La dottoressa Boilini e suor Clementina accompagnarono poi in nave, a più riprese, gli ultimi sardi che tornavano in patria. Il rientro si concluse nel marzo 1980.

5. Quando Loris Maggi andò a trovare  Federico Siena al ricovero,  lo trovò seduto sulla sua branda, con la mano sulla maniglia della valigia: qualcuno gli aveva rubato qualcosa, e lui stava sempre lì a proteggere i suoi pochi averi. Era completamente sdentato e ormai quasi del tutto calvo. Maggi cercò di rivolgergli la parola, ma Federico si vergognava e teneva la testa china. Solo dopo diverse visite Federico si aprì, cominciò ad uscire con Maggi ed espresse il desiderio di poter fare un viaggetto a San Possidonio, il suo paese d’origine. Dopo aver programmato il viaggio con l’assistente sociale, la signora Benedetti, Loris Maggi accompagnò a San Possidoniocon la sua auto Federico.

6. Appena giunti a San Possidonio, Federico si risvegliò dal suo torpore; mostrò a Maggi la foto del fratello partigiano caduto, in mezzo alle foto degli altri partigiani nel sacrario che allora era sul fianco della chiesa del paese, portò Maggi a vedere la casa nella quale era nato e dove aveva vissuto da piccolo, andò con Maggi al cral a prendere un caffè; fece capire in mille modi che gli sarebbe piaciuto tornare a vivere là.

Ci furono scambi di lettere e furono presi accordi tra l’assistente sociale e gli operatori di Concordia e San Possidonio, e fu trovata una sistemazione. Federico sarebbe stato ospitato in una casa per anziani dalla quale era libero di uscire quando voleva. Infatti riprese l’abitudine di frequentare il cral, di andare al cinema, di andare a spasso. Rientrava solo per mangiare e dormire.

Quando lo intervistai, nel 1986, era un vecchietto sereno e disarmante; accolse me e Maggi con gioia, ci mostrò il suo armadietto, con le sue poche cose tutte in ordine. Prima di uscire per andare al cral si pettinò con cura i tre capelli che aveva ancora.

Gli chiesi quanto tempo era rimasto nel Ricovero di San Giovanni in Persiceto, e lui mi rispose: “28 anni tre mesi e otto giorni”.                                                              

7. Loris Maggi nel frattempo è morto ed ha cessato di andare a trovare il suo amico. Io e Francesco Ganzaroli un giorno siamo andati fino a San Possidonio per vedere se Federico era ancora là nella casa per anziani, ed abbiamo scoperto che è morto anche lui da qualche anno.

Nel cimitero di San Possidonio riposa accanto alla madre e ai membri della sua famiglia; si è incaricata delle esequie la sorella minore, l’unica rimasta del suo gruppo famigliare.

A due metri dalla tomba di Federico Siena c’è un piccolo sacrario che ricorda i partigiani; tra i nomi presenti c’è anche quello di Antonio, il fratello maggiore di Federico.

Non un cenno a Federico nel sacrario, né un cenno al passato partigiano di Federico sulla sua lapide. Con la cancellazione del suo passato di partigiano, frutto di una sua scelta partecipata e consapevole, Federico ha subito da morto un’altra violenza, dopo quella, terribile, che ha subito da vivo. 

8. La struttura superstite dell’ex ricovero, chiamata negli anni Novanta “XXV Aprile”, con chiaro riferimento alla liberazione (reale e metaforica) di tante persone restituite alla libertà o a condizioni più dignitose di vita, adesso si chiama Villa Emilia: un nome che riprende il vecchio nome della casa, ma che fa pensare a una pensione sull’Adriatico, e fa immaginare che i pazienti siano piuttosto ospiti paganti che non cittadini con diritti.

Si chiama Villa Emilia, ma non è più la stessa cosa: il nuovo nome non permette più di risalire a quella storia che ha segnato tante vite, fuori e dentro il ricovero, e a quella battaglia di civiltà che portò alla fine del ricovero-ospizio-manicomio.

Aver cambiato il nome della struttura è operazione equivalente a quella di aver omesso il nome di Federico Siena dagli elenchi dei partigiani: significa semplicemente dimenticare il valore della memoria per la nostra storia, per la nostra identità, per i nostri valori.