Piccoli ducetti crescono

alemanno_croceLa manovra che il Governo si appresta ad approvare contiene anche una proposta per imporre un pedaggio alle tangenziali, tra le quali il Grande Raccordo Anulare di Roma.

Il Sindaco Alemanno non l’ha presa bene, ed intendendo manifestare la sua contrarietà a tale provvedimento relativo agli annunciati aumenti delle autostrade ha dichiarato:

“Se qualcuno mette qualcosa per far pagare un pedaggio sul Grande raccordo anulare, io vado lì con la macchina e lo sfondo”.

Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Ora, in effetti ci sembra che abbia ragione il sindaco a difendere le tasche dei cittadini che rappresenta, e probabilmente già queste dichiarazioni faranno sì che il famoso pedaggio alla fine non ci sarà.

Ma appare sconcertante che il primo cittadino di una capitale europea non spieghi ai cittadini che le leggi si rispettano anche quando si ritengono sbagliate,  poi magari si cercano di cambiare con proteste democratiche o con il voto.

Non prendendo la macchina e “sfondando tutto”.

Ciò che colpisce è  la disabitudine parolaia alla prassi democratica, che sta oramai degenerando.

In questo caso è un Sindaco, e probabilmente basterà attendere il prossimo sgombero che egli stesso ordinerà, o anche solo una contravvenzione ritenuta ingiusta, per vedere i cittadini “sfondare tutto”.

Non vedono che così  stanno minando il senso diffuso della legalità,  e  finiscono per minare pure  la propria autorità. Con tanti saluti a legge, ordine e disciplina.

D’altra parte questo è lo stile da regime, del triste “me ne frego” a cui la cecità di Berlusconi e dei tanti ducetti al suo seguito ci stanno abituando, furbetti già cresciuti con Mussolini in mente ed infine approdati al populismo del Cavaliere.

La Cannabis inibisce la crescita del cancro

cannabis Il  Department of Pediatricsy, State University of New York, (Upstate Medical University, Syracuse, N.Y., USA), ha recentemente pubblicato i risultati di trial preclinici secondo i quali viene dimostrato che la somministrazione dei cannabinoidi delta-8-THC e Delta-9-THC inibisce la respirazione cellulare e la crescita tumorale in cellule umane di cancro.

L’articolo è stato pubblicato nel numero di giugno della rivista Pharmacology.

I medici ricercatori alla State University di New York  hanno valutato le proprietà anticancro di delta-8-THC e Delta-9-THC sulla linea di cellule tumorali Tu 183 del cancro orale umano, che è altamente resistente ai farmaci antitumorali convenzionali, evidenziando  che la somministrazione di THC ha portato ad un “rapido declino” della respirazione cellulare nelle cellule maligne.

“Questi risultati mostrano che i cannabinoidi sono potenti inibitori della respirazione cellulare nel Tu183 e sono tossici per questo tumore altamente maligno”.

Già un anno fa i ricercatori della Brown University di Providence, Rhode Island hanno riferito che a lungo termine un uso moderato di marijuana negli esseri umani “è stato associato ad una significativa riduzione del rischio di tumori a cellule squamose della testa e del collo“.

Una revisione scientifica del 2008 pubblicata sulla rivista Cancer Research ha riportato che i cannabinoidi inibiscono la proliferazione di una vasta gamma di tumori, tra cui il cancro al cervello, il cancro alla prostata, il tumore al seno, il tumore al polmone, il cancro della pelle, il cancro al pancreas, e il linfoma.

Diviene quindi non solo inspiegabile ma persino inaccettabile la posizione del nostro governo che continua a voler ritenere la cannabis uno stupefacente, punendo con l’arresto e la detenzione chi ne possieda o ne coltivi pochi grammi, offrendo un vero regalo al traffico illegale delle droghe e alle mafie.

Sette anni a Dell’Utri

berlusconi-dellutriMarcello Dell’Utri, ideatore e cofondatore di Forza Italia è stato condannato anche in appello.

I giudici lo considerano colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa: Dell’Utri faceva da tramite tra i boss di Cosa Nostra e Berlusconi negli anni in cui nasceva il suo impero immobiliare e venivano inaugurate le sue tv.

Il premier quando era stato chiamato a testimoniare sull’accaduto si era avvalso della facoltà di non rispondere.

E a Dell’Utri non ha mai fatto mancare il suo pieno appoggio, inducendolo a piene mani anche ai militanti lobotomizzati del partito.

Militanti che oggi invece mostrano reazione differenti, a volte scomposte agli occhi del Premier.

Mentre i peones di partito,  mandati in Parlamento per chiamata diretta del loro leader, festeggiano oggi una condanna a soli 7 anni per fatti di mafia, ampie fasce giovanili del partito dei Berlusconi si smarcano, specialmente i finiani,  rifiutando Mangano come eroe e considerando tali invece Falcone e Borsellino:

“Non mi piace questo sport nazionale di commento di solidarietà o festeggiamento per un uomo politico importante che è stato condannato – dice il deputato finiano Fabio Granata – L’unica valutazione politica che va fatta è che Vittorio Mangano non è stato un eroe, ma un mafioso condannato”.

Nel pieno silenzio di Minzolini (che anzi annuncia l’assoluzione di Dell’Utri) e delle opposizioni (Bersani è letteralmente scomparso), c’è dunque un’altra Italia che rifiuta la malavita organizzata e le collusioni dei partiti con essa, anche a destra.

Ora non resta che sperare che Berlusconi non lo faccia Ministro al Dell’Utri.

Il predone

incazzusconiPENSIAMO ogni volta di aver conosciuto di Berlusconi il volto peggiore, l’intenzione più maligna, la mossa più fraudolenta. Bisogna convincersene, quell’uomo sarà sempre in grado di mostrare un’intenzione ancora più maligna, una mossa ancora più fraudolenta, un volto ancora peggiore. Sappiamo che cosa è e rappresenta la cosa pubblica per il signore di Arcore, non dobbiamo scoprirlo oggi. È l’opportunità di ignorare e distruggere le inchieste giudiziarie che hanno ricostruito con quali metodi e complici e violenze Silvio Berlusconi ha messo insieme il suo impero. Non scopriamo adesso che il signore di Arcore si è fatto Cesare per evitare la galera (lo ha detto in pubblico senza vergogna il suo amico Fedele Confalonieri).

E tuttavia, pur consapevoli che il potere berlusconiano sia esercitato in modo esplicito a protezione dei suoi interessi privati, lascia di stucco l’affaire Brancher.

La storia la si conosce. C’è questo signore, Aldo Brancher. Non se ne apprezza un pregio. Si sa che è stato assistente di Confalonieri in Fininvest. Con questo ruolo, tiene i contatti con socialisti e liberali nella prima repubblica. Detto in altro modo, è l’addetto alla loro corruzione. Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato.

Lo arrestano. Resta tre mesi a san Vittore. Non scuce una frase.
Condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito, vede la luce in Cassazione grazie alla prescrizione del secondo reato e alla depenalizzazione del primo corrette, l’una e l’altra, dalle leggi “privatistiche” del governo Berlusconi. Il salvataggio del Capo e della Ditta gli vale, a titolo di risarcimento, l’incarico di messo tra il partito del presidente e la Lega di Bossi, uno scranno in Parlamento, un seggio di sottosegretario di governo. E da qualche giorno anche di ministro. Ministro senza incarico, senza missione, senza alcuna utilità per il Paese. Un ministro talmente superfluo che gli cambiano anche la delega dopo la nomina.

Fin dall’annuncio del suo ingresso nel governo, è chiaro a tutti  –  se non agli ingenui  –  che Aldo Brancher diventa ministro per un’unica necessità: egli deve opporre nel giudizio che lo vede imputato di appropriazione indebita nel processo Antonveneta il legittimo impedimento che Berlusconi si è affatturato per liberarsi dalle sue rogne giudiziarie. Ora che Brancher chiede di salvarsi dal giudizio perché ministro, anche gli ingenui hanno capito.

C’è qualcosa di umiliante e di illuminante in quest’affaire perché ci mostra in quale abisso di degradazione sono state precipitate le nostre istituzioni. Ci manifesta quale arretramento di secoli la nostra democrazia deve affrontare. Ci dice che le istituzioni coincidono ormai con le persone che le incarnano, anzi con la persona, quel solo uomo  –  il Cesare di Arcore  –  che le “possiede” tutte come cosa sua, Ditta sua, nella sua piena disponibilità proprietaria al punto che può eleggere il suo “cavallo” senatore o ministro uno dei suoi complici, pretendendo oggi per il ministro (e domani per il senatore, chissà) la stessa impunità che ha assegnato a se stesso.

Voglio dire che quel che abbiamo sotto gli occhi con il caso Brancher è nitido: il cesarismo, il bonapartismo, il peronismo  –  chiamatelo come volete  –  di Silvio Berlusconi non riconosce alle istituzioni, alle funzioni pubbliche dello Stato alcuna oggettività, ma soltanto la soggettività che egli  –  nel suo potere e volontà  –  di volta in volta decide di assegnare loro. Il governo è suo, di Berlusconi, perché il popolo glielo ha dato e così del governo ci fa quello che gli pare. Se vuole, lo trasforma  –  come per Brancher  –  in una casa dell’impunità per corifei e turiferari. Quel che l’affaire illumina è il lavoro mortale di indebolimento delle istituzioni. Di quelle istituzioni nate per arginare l’abuso e l’istinto di sopraffazione, per garantire sicurezza e stabilità, diffondere fiducia e cooperazione e diventate, nella democrazia plebiscitaria del signore di Arcore, strumento inutile, ferro rugginoso e inservibile.

Se la nomina a ministro può mortificarsi a capriccio e complicità vuol dire che la politica può fare a meno delle istituzioni. Certo, non si possono accantonarle formalmente, ma svuotarle, sì. Di ogni significato, rilevanza, legittimità, come accade al governo con l’uomo diventato ministro per evitare il giudice. Osserviamo ora la scena che Berlusconi ha costruito in questi due anni di governo. Il Parlamento è soltanto l’esecutore muto degli ordini dell’esecutivo. La Corte costituzionale e la magistratura devono essere presto subordinate al comando politico. La presidenza della Repubblica, priva della legittimità popolare, è soltanto un impaccio improprio. Il governo, già consesso obbediente agli ordini del sovrano, diviene ora e addirittura il premio per chi, con il suo servizio al Capo, si è guadagnato il vantaggio di rendersi legibus solutus come il sovrano. Tocchiamo qui con mano il conflitto freddo che si sta consumando tra una concezione della democrazia incardinata nella Costituzione, nei principi di una democrazia liberale basata sull’oggettività delle funzioni pubbliche e la convinzione che il voto popolare renda onnipotenti e consenta ogni mossa anche l’annichilimento delle istituzioni.

Umiliante e illuminante, l’affaire Brancher è anche educativo perché liquida almeno un paio di luoghi comuni del dibattito pubblico, specialmente a sinistra. Chi di fronte alle minacce estorsive del sovrano (o impunità o processo breve che blocca centinaia di migliaia di processi; o impunità o paralisi della macchina giudiziaria) trova sempre conveniente scegliere la “riduzione del danno” e “il male minore” saprà oggi quel che avrebbe già dovuto sapere da tre lustri: il Cesare di Arcore non ha inibizioni. È un predone. Lo guidano i riflessi. Quel che serve, lo trova d’istinto. Se gli si offre un arsenale, lo utilizza, statene certi, perché è ridicolo aspettarsi da Berlusconi self-restraint. Non esisteranno mai mali minori con lui, ma soltanto mali che annunceranno il peggio. Il secondo luogo comune dice che “l’antiberlusconismo non porta da nessuna parte”. L’affaire Brancher conferma che non c’è altra strada che contrastare il berlusconismo se si vuole proteggere il Paese e le sue istituzioni da una prova di forza pre-politica, fuori delle regole che ci siamo dati. È anche questo il caso Brancher, una prova di forza. Che toccherà non solo all’opposizione contrastare. Fini, la Lega, i soliti neutrali potranno subirla senza mettere in gioco la rispettabilità di se stessi? ”

GIUSEPPE D’AVANZO

Il Governo-Cricca di Berlusconi

BerluskazDopo l’improvvisa ed inattesa nomina dell’ultimo Ministro (il pregiudicato Brancher, al federalismo) mi sembra opportuno fare il punto della situazione, con l’aiuto di Travaglio,  sull’attuale Governo Berlusconi quater ed entourage di collaboratori.

Al momento presenta due ministri pregiudicati e cinque inquisiti o imputati (l’ultimo, Brancher,  è sia pregiudicato [sin da tangentopoli] che attualmente inquisito).

Il coordinatore dei Servizi segreti De Gennaro è stato appena condannato in appello per il G8. (ma gli è stato imposto di non dimettersi)

Gli ex capi dei servizi, Pollari e Mori, sono al momento imputati rispettivamente per peculato e favoreggiamento alla mafia.

Il cappellano di Berlusconi don Gelmini è sotto processo per molestie sessuali. (dodici vittime hanno confermato le accuse)

E il suo pappone di fiducia Giampi Tarantini è processato per spaccio di coca.

Il suo commissario Agcom, Innocenzi, è sotto inchiesta per i traffici anti-Annozero.

Suo fratello Paolo, già pregiudicato, è di nuovo indagato per il nastro Fassino-Consorte. (sulla faccenda dovrà testimoniare obtorto collo pure il suo on. avv. Ghedini).

Il coordinatore del suo partito, Verdini, è indagato un po’ dappertutto con la Cricca, mentre l’ex coordinatore della Banda Scajola è ancora lì che cerca chi gli ha pagato la casa.

I fuoriclasse del Partito del Fare se la passano peggio di quelli del Milan.

Gianni Letta, già “uomo della Provvidenza”,  appare sempre più coinvolto in parecchie inchieste imbarazzanti.

San Guido Bertolaso, l’uomo che insegnava la protezione civile agli americani e fermava le catastrofi con le nude mani, è indagato per corruzione; appena apre bocca si fanno tutti il segno della croce; e ha ormai l’immagine di uno scroccone che non paga non solo i massaggi e l’affitto, ma nemmeno le bollette.

Ormai il nostro Premier (e il suo Governo) non sono che pugili suonati che tirano pugni un pò a casaccio.

Se non fosse che i loro avversari hanno abbandonato il ring da tempo, rischierebbe persino di perdere la partita.