Le mondine persicetane

Sono nato in un posto chiamato “Locatello”, nella campagna fra Persiceto e S.M. della Decima.
Mio nonno era il custode del casello della Ferrovia Veneta che passava vicino alla tenuta “Lenzi”. In quel casello (che ancora esiste) sono nati anche mia madre Zambelli Dea, e mio fratello maggiore.

Ero molto piccolo quando ci trasferimmo a Persiceto in via S.Apollinare, e non ho ricordi particolari della campagna, ma diventato grande, ho conosciuto la storia di quel posto, gli avvenimenti che avevano coinvolto la mia famiglia, le lotte e le tragedie che si sono consumate.

Adesso, rileggendo le testimonianze lasciate nei loro ricordi, mi rendo conto di quanto può essere strano il fato, quanto la vita e la morte dipendano da fattori così imprevedibili. E quanto sia forte negli uomini e nelle donne la volontà e la determinazione, rischiando spesso la pelle, per avere una vita dignitosa. Per dare un futuro migliore ai propri figli.
Durante e dopo la seconda guerra mondiale, il Locatello fu uno dei tanti posti che videro la fatica, la lotta e i sacrifici delle mondine, dei braccianti e dei contadini.
Fare la mondina significava spaccarsi la schiena lavorando tutto il giorno piegate a bagno nella risaia, sotto il sole, nell’acqua paludosa e piena di insetti, per uno stipendio da fame.

Nel ’44, mio padre che abitava in via Permuta, non conosceva ancora mia mamma e partecipò ad azioni partigiane proprio nel posto che in seguito diventerà casa sua. Ecco i fatti che lui stesso scrive nella sua autobiografia di partigiano:

Da “il partigiano D’artagnan di Alberto Cotti”.
“A Bologna vi era da tempo il Comitato di Liberazione operante. Verso la primavera da questo comitato ci venne l’ordine di fare qualche cosa per le mondine che lavoravano da Lenzi (allora una delle tenute più grosse, se non la più grande). Si doveva operare affinché iniziassero uno sciopero che, oltre a rivendicazioni salariali, assumesse anche aspetti politici. Noi sapevamo dove si riunivano le mondine al mattino, conoscevamo in quale appezzamento della vasta tenuta avrebbero lavorato il giorno dopo.
Partimmo, ormai buio, Cotti La Mòsa, Vecchi Enrico ed io. Facemmo un largo giro per evitare quelle case (ed erano già molte) ove erano accantonati i tedeschi. Arrivati al Locatello, Vecchi ed io, armati, montammo la guardia, mentre Cotti La Mòsa con un grosso barattolo di vernice fece, per tutto il fabbricato, una serie di scritte invitanti allo sciopero. Ci portammo poi sul posto dove le donne avrebbero dovuto scendere al lavoro ed ovunque mettemmo manifestini invitanti allo sciopero chiedendo aumenti salariali e generi in natura, unitamente a frasi che richiamavano alla pace…”

Quando mia mamma si svegliò quel mattino trovò quella scritta sul muro e vide le mondine leggere i manifestini.

Ecco la sua testimonianza tratta dal libro di Mario Gandini e dalla scheda delle scuole Mameli:
” Io andavo a lavorare nelle risaie del commendator Lenzi. Facevo non so quante ore al giorno e guai a chi si alzava su un momento o si distraeva dal lavoro. Non eravamo in regola, lavoravamo dodici ore al giorno, avevamo una paura tremenda del padrone: il clima era questo.
C’era la fame, la guerra: mio cognato era via soldato. Quando andavo a fare la mondina ero una ragazzina, avevo 13 o 14 anni. Poi, siccome mio padre, che era vedovo, era diventato casellante della Venata Ferrovie, io lo aiutavo ad alzare e abbassare le sbarre. Anche lì ero sfruttata, facevo molte cose, non ero in regola, non sapevo nemmeno quanto prendevo di paga.
Le donne che andavano alla risaia lasciavano le biciclette al casello. Una mattina, nel 1944, quando ci alzammo, vedemmo sull’essiccatoio delle scritte che dicevano: FATE SCIOPERO COME LE MONDINE DI MOLINELLA.
C’erano anche dei volantini che dicevano alle mondine:” Fate sciopero perchè vi spetta di un chilo di riso al giorno, la minestra calda a mezzogiorno, un copertone nuovo per bicicletta”.

Quando le mondine arrivarono, erano le sei o sei e mezzo di mattina, rimasero molto meravigliate e si guardarono in faccia perchè non sapevano cosa fare.
Avevano paura – ci si può immaginare. Però l’istinto diceva loro cosa dovevano fare e non scesero nella risaia a mondare il riso.
Allora arrivò Cenacchi, il fattore che era fascista peggio del padrone e fece loro una gran scenata. Poi telefonò a S. Giovanni al segretario del Fascio, un certo Lini, mi sembra si chiamasse. Arrivò quindi un camion di fascisti con sulla cabina una mitragliatrice puntata. I fascisti, armati di mitra, circondarono la casa perchè avevano paura di un attacco partigiano.
Misero al muro le donne e io mi dicevo: adesso le ammazzano tutte. Arrivò poi un ufficiale tedesco, il quale disse loro che, siccome avevano fatto sciopero, l’ordine era di ucciderne una ogni dieci. Affermò che, siccome lui era buono, se fossero tornate al lavoro, avrebbe chiuso un occhio e non sarebbe successo nulla di grave. Intanto le mondine, sempre contro il muro, avevano una paura tremenda: una, ad esempio, cadde svenuta, le venne il mel di cuore, e in seguito morì per questo.
Alla fine i fascisti, dopo un gran discorso, se ne andarono via e le mondine andarono giù in risaia. Dopo 14 o 15 giorni si videro dare il riso, la minestra, il copertone, quelle cose cioè che stavano scritte nel volantino”.

Finita la guerra, non finirono certo le lotte dei contadini e delle mondine. I partigiani avevano consegnato le armi, ma i salari e le condizioni di lavoro erano sempre quelle.
I miei genitori si erano da poco sposati quando assistirono nelle stesse campagne all’omicidio di Loredano Bizzarri da parte dello stesso Guido Cenacchi. Il fattore di Lenzi.
Durante una manifestazione contadina al Locatello, gli scioperanti vennero dispersi dalla Celere mentre cercavano di convincere venti crumiri a smettere di falciare il fieno. Tuttavia una decina di scioperanti si fermò a parlamentare con essi e riuscì a convincerli. A quel punto il fattore Cenacchi, si mise tra il gruppo, estrasse una pistola e sparò sugli scioperanti. Venne ferito il contadino Amedeo Benuzzi e ucciso il bracciante Loredano Bizzarri.


Commenti
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  1. avatarAndrea Cotti - 2 gennaio 2014

     

    • Diably Penny  Preziosissime testimonianze, queste,  la storia è questa, non quella appresa sui banchi di scuola. Ma quanti sono gli insegnanti che -pur sapendolo- la ignorano, indifferenti ieri e oggi, per un misero tozzo di pane, a fine mese ?
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