Rifiuti: 30 anni di misteri italiani

Sporco
piramidi di ecoballeUn recente mostra tenutasi alla Wellcome Collection di Londra, dal titolo Dirt, the filthy reality of everyday life (“Sporco, la sozza realtà della vita quotidiana”), è divenuta in poco tempo molto chiacchierata. Sostanzialmente è la rappresentazione di realtà dei tempi trascorsi, dall’Olanda del 17esimo secolo alla Londra Vittoriana, privilegiando il punto di vista dello sporco. È facile, quindi, rimanere scioccati dinanzi alla mappa di Soho del 1854 per scoprire il punto esatto di inizio di una micidiale infezione di colera, ma l’obiettivo della rassegna non è certo quello di scandalizzare quanto piuttosto di far comprendere.
L’uomo prova una fortissima avversione per la sporcizia, eppure paradossalmente è egli stesso il produttore della stragrande quantità di sporco, riuscendo poi a conviverci senza alcun problema.
In realtà per l’uomo ciò che importa non è tanto l’eliminazione della sporcizia, quanto piuttosto il renderla invisibile. Ognuno di noi vedendo un lavandino pieno di acqua nera è immediatamente indignato, e di certo non userà quell’acqua per lavarsi, ma se l’acqua si presenta chiara ed apparentemente pulita non sorge alcuna remora al suo utilizzo, anche se essa è in effetti fortemente inquinata.
La lezione è semplice, lo sporco vive intorno a noi nonostante non sempre ne siamo coscienti. Come le invisibili radiazioni fuoriuscite della centrale di Fukushima, spesso anche lo sporco rimane nascosto. Così, tanto per fare un esempio, ci basta credere che da un inceneritore (in Italia si definiscono, contro il parere della Comunità Europea, termovalorizzatori) non esce nulla, e compia il miracolo di eliminare i rifiuti (contro tutte le leggi della fisica) per esserne favorevoli come strumenti che ci liberino dalla visibile spazzatura. Oppure basta semplicemente nasconderli in un buco, una discarica, lontano dagli occhi.
In tal modo noi conviviamo con lo sporco ed i rifiuti!

Rifiuti
Quando si parla di rifiuti non si può non pensare alla Campania, e all’interminabile emergenza che l’attanaglia da oltre 15 anni. Ma la storia dei rifiuti in Italia è qualcosa di molto più vasto, è qualcosa che non può essere ridotto esclusivamente ai problemi della Campania, è una storia difficile da raccontare, anche pericolosa. Quello che ci apprestiamo a fare è un viaggio piuttosto lungo.

Cominciamo col dire, allora, che i principi cardine per una corretta gestione dei rifiuti li conosciamo da anni, e precisamente da quando l’Ocse, ed una direttiva della Comunità Europea, li fissarono quasi 50 anni fa: ridurre i rifiuti (imballaggi ed articoli usa e getta), riciclare i materiali di cui sono composti i rifiuti, recuperare energia da ciò che non si può riciclare, bruciando le frazioni combustibili residue.
Dopo l’applicazione del ciclo di base, riduzione, riciclo e recupero, il residuo dovrebbe essere davvero minimo (si punta ad un massimo del 10%), da conferire in discarica. Molti paesi da anni si sono avviati su questa strada, come la Germania che punta a chiudere le discariche entro il 2014, gli Usa, ecc…
Il principio essenziale è ridurre il rifiuto, ma anche riutilizzarlo, perché da una corretta operazione di recupero del rifiuto si ottiene un vantaggio enorme. Pensiamo che un inceneritore, o termovalorizzatore come truffaldinamente li chiamano in Italia, per avere una produzione di energia anche semplicemente apprezzabile dovrebbe bruciare materie plastiche, laddove il riciclo proprio di questo tipo di materiale porterebbe ad un risparmio senz’altro superiore al misero guadagno ottenuto in ambito energetico, poiché è un dato di fatto che la maggior parte dell’energia ricavata da un inceneritore viene appunto spesa per l’operazione di incenerimento.
Ed è per questo che molti paesi stanno mandando in pensione anche gli inceneritori, dopo le discariche, oppure accettano i rifiuti italiani perché non hanno più materiale da inserire nei loro impianti di bruciatura. Il trasporto di quei rifiuti all’estero, principalmente in Germania, a noi costa moltissimo, per loro è un guadagno. E tutto questo perché?

Perché in Italia un ciclo virtuoso dei rifiuti non è mai stato applicato, o comunque non lo è stato in misura rilevante, perché in molte regioni, non solo la Campania, la scelta, perché di scelta si tratta, è stata completamente differente.
Il primo punto da comprendere è quindi proprio questo, cioè che non si tratta affatto di inerzia, strafottenza o peggio di alcune popolazioni locali, no, si tratta di un progetto predeterminato che ha un duplice scopo: da un lato proteggere alcune aziende in quanto impossibilitate a competere con realtà internazionali (perché sovraccaricate dalle pretese clientelari della politica), e che quindi necessitano di un risparmio di costi (e il risparmio che si può ottenere a mezzo di una gestione illegale dei rifiuti può arrivare fino al 90% del costo dello smaltimento corretto del rifiuto), dall’altro vi è la commistione di interessi delinquenziali e clientelari, cioè la delinquenza organizzata che ottiene un guadagno enorme dalla gestione dei rifiuti, e i politici conniventi che a loro volta ottengono un appoggio di peso tanto da poter puntare alle massime istituzioni, fino al Parlamento.

1989
Facciamo un passo indietro. È il 1989 quando alcuni politici italiani, membri della massoneria, si incontrano con esponenti del clan dei Casalesi. Lo scopo delle riunione è di definire ruoli e compensi per lo smaltimento dei rifiuti. Ci sono molte aziende, anche del nord, che hanno interesse a disfarsi dei rifiuti a costi minori rispetto a quelli di mercato, specialmente in un periodo in cui si comincia a parlare di riforma dei reati ambientali e riordino della legislazione in materia di rifiuti.
I clan camorristici offrono questo servizio a prezzi concorrenziali, fino al 90% di risparmio in alcuni casi, e soprattutto non badano al tipo di rifiuto. Loro accettano tutto, basta pagare!

L’accordo è presto fatto, le aziende mettono rifiuti e soldi, la camorra mette i mezzi di trasporto ed il territorio dove interrare i rifiuti: la Campania!
Il sistema è semplicissimo, i rifiuti vengono inviati in Campania attraverso mille rivoli, siti di stoccaggio e smaltimento, per poi essere sotterrati o scaricati in terreni e fiumi. Si narra che sotto alcuni dei più grandi centri commerciali siano interrati camion pieni di rifiuti, anche tossici.
Ovviamente i politici locali si occupano di falsificare le carte, in modo che tutto risulti a norma, tutto in regola.

Emergenza
Nel febbraio del 1993 viene approvato il primo Piano Regionale per lo smaltimento dei rifiuti, per ridurre, questa è l’intenzione, l’uso delle discariche in Campania del 50%. Il piano fu ampiamente boicottato, poi, in risposta, fu dichiarato lo stato di emergenza in Campania.
Viene nominato il primo Commissario Straordinario per l’emergenza rifiuti, nella persona dell’allora prefetto di Napoli, al quale seguirà qualche anno dopo il presidente della Regione, uomo del centrodestra. Poi, man mano, tutti gli altri, di destra e sinistra, un partito trasversale che conta uomini di tutti i credi, ormai ben conosciuti alle cronache giudiziarie.
Anche se in due casi l’incarico è svolto dal presidente della Regione, si tratta sempre di un incarico governativo, cioè il Commissario risponde esclusivamente al Governo, e si appropria dei poteri in materia di gestione dei rifiuti di tutti gli enti locali, che vengono conseguentemente esautorati. Però nei confronti dell’opinione pubblica gli enti locali fungono da parafulmine, su di loro viene spesso scaricata la colpa per le carenze in materia di gestione dei rifiuti.
La Campania non era nuova a questi colpi di mano emergenziali, già ai tempi del colera (1973) e del terremoto (1980) si applicò il medesimo strumento al fine di poter superare le pastoie burocratiche, con i risultati che tutti sanno, basta verificare l’enorme spreco di denaro pubblico dell’epoca del terremoto in Irpinia, di parte del quale ancora oggi non si conosce la destinazione.

Decreto Ronchi
Nel febbraio 1997 viene finalmente approvato il Decreto Ronchi, il quale traduce in legge italiana i regolamenti europei in materia di smaltimento rifiuti. Seguendo quelle regole i guadagni lucrosissimi del gruppo d’affari si sarebbero in breve azzerati. Il Decreto, infatti, imponeva politiche di prevenzione, cioè riduzione dei rifiuti e riciclo, ma soprattutto conteneva norme per prevenire rischi di contaminazione ambientale, insomma si preoccupava prima di tutto della salute dei cittadini.
Addirittura si imponeva l’obbligo, per le imprese produttrici di rifiuti e quelle smaltitrici, di identificare e tracciare i trasporti dei rifiuti. Già allora si definivano le regole del sistema di tracciamento dei rifiuti che solo nel 2011, forse, entrerà in vigore col nome Sistri.

Fibe
Nel marzo del 1998 il ministro degli Interni promuove un piano per modernizzare le pratiche regionali di smaltimento dei rifiuti, introducendo la raccolta differenziata. Il Commissario Straordinario per l’emergenza rifiuti in soli 4 mesi avrebbe dovuto approntare un piano decennale per lo smaltimento dei rifiuti.
Fu indetta una gara, il cui bando prevedeva la costruzione di 7 impianti CDR e due termovalorizzatori. Nel 1999 la Fibe, una associazione temporanea di imprese con a capofila Fisia Italimpianti ed Impregilo, si aggiudicò la gara. Nel 2000 la Fibe viene incaricata definitivamente della gestione e dello smaltimento dei rifiuti urbani dell’intera regione Campania, in deroga al decreto Ronchi.

Nel corso della gara le banche che finanziavano la Fibe intervennero chiedendo una modifica del capitolato, e tali modifiche furono apportate dopo la chiusura della gara, in modo che le altre partecipanti avessero delle condizioni diverse dalla vincitrice.
Il decreto presidenziale stabiliva che i rifiuti dovessero essere smaltiti subito, cioè dopo il ritiro dalla strada o dalle aziende. Questa parte invece sparisce dal capitolato e si consente alla Fibe di accatastare i rifiuti, creando le famigerate ecoballe, niente altro che rifiuti pressati ed imbustati senza i trattamenti previsti dalla normativa in materia, e questo in attesa della costruzione dei 2 termovalorizzatori da parte della Fibe. Quelle 20 parole eliminate valgono 700 milioni di euro!

Infatti se la Fibe avesse dovuto smaltire tutto subito, dati i ritardi nella costruzione del termovalorizzatore avrebbe dovuto portare i rifiuti in altre regioni, e avrebbe dovuto pagare sia il trasporto che lo smaltimento, e ciò non conveniva né a lei né alle banche finanziatrici.
Invece, accatastando i rifiuti sotto forma di ecoballe, la Fibe poteva attendere la costruzione del termovalorizzatore, col quale avrebbe avuto da bruciare enormi quantità di rifiuti. Infatti la raccolta differenziata non veniva effettuata per non togliere possibile combustibile al futuro termovalorizzatore. Tutto ciò in attesa dei forti incentivi (CIP6) che il governo aveva stanziato per la produzione di energia da fonti rinnovabili.
Ovviamente bruciare rifiuti non può essere definito fonte di energia rinnovabile, per questo il governo modificò la normativa europea introducendo l’inciso “ed assimilate”, tra le quali rientravano appunto i termovalorizzatori, ma anche petrolio ecc… , insomma tutto.
Così il 92% degli incentivi per le fonti rinnovabili sono finiti ad arricchire le imprese che hanno costruito gli inceneritori in Italia, e per questo motivo rischiamo una procedura di infrazione da parte della Comunità Europea. Stiamo parlando di 2,5 miliardi di euro l’anno. Si capisce, quindi, che la Fibe non aveva alcun interesse a far partire la raccolta differenziata.

Ecoballe
Inoltre, come accertato dalla magistratura, le ecoballe formate da “tal quale”, cioè rifiuti presi ed imbustati senza alcun trattamento, non potevano essere bruciate nel termovalorizzatore così come erano. In sostanza era necessaria la separazione della frazione “umida” dal “secco” perché il risultato fosse utilizzabile come combustibile nel termovalorizzatore, ma ciò non si fece mai.
Infatti in alcune delle ecoballe si sono riscontrate percentuali di arsenico superiori a quelle consentite dalla legge, prova del fatto che non vi fosse alcuna operazione di selezione o separazione dei rifiuti.
La principale inchiesta giudiziaria, conosciuta come “Operazione Rompiballe”, si è occupata appunto di verificare i reati commessi nella creazione delle cosiddette ecoballe.

Compostaggio
Nel 2002 vengono commissionati 7 impianti di compostaggio dal Commissario all’emergenza rifiuti. Grazie ai fondi UE la Campania è la regione italiana, e forse d´Europa, più dotata di impianti di trattamento meccanico biologico, i cosiddetti Cdr. I sette impianti hanno una capacità che eccede l’intera produzione di rifiuti della regione, e con poche modifiche potrebbero permettere il riciclo di tutto, senza dover procedere ad un successivo incenerimento (nei termovalorizzatori), processo molto costoso oltre che nocivo.
Il Cdr, tecnicamente, è il combustibile derivato dai rifiuti, e per derivazione anche l’impianto dove il rifiuto viene separato, in modo da diventare da una parte ecoballa, cioè materiale bruciabile nel termovalorizzatore, e dell’altro compost da utilizzare come fertilizzante. Il residuo, una parte minima, detto FOS (frazione organica stabilizzata), finisce in discarica.

Purtroppo la Fibe, che fino al 2006 ha avuto in affidamento l’intero ciclo dei rifiuti in Campania, non aveva alcun interesse a trattamenti diversi dall’incenerimento e quindi, in attesa della costruzione del termovalorizzatore di Acerra, non si preoccupò mai di separare i rifiuti, ma li impacchettò così come erano (tal quale, appunto) formando milioni di ecoballe accatastate nelle campagne di Napoli e Caserta.
Secondo gli accordi la Fibe ebbe anche l’autorità esclusiva per la selezione dei siti di costruzione delle infrastrutture. Infatti, il termovalorizzatore di Acerra viene costruito su un pantano, e si è costretti a sollevare letteralmente l’impianto per poterlo completare, ben 9 anni dopo il termine previsto dalla gara di appalto. Ed una volta completato ha funzionato poco e male. Dopo 10 anni di scontri, inchieste giudiziarie, passaggi di gestione dalla Impregilo alla A2A, costato più di 240 milioni di euro avrebbe dovuto bruciare 9 milioni di ecoballe, ma per come queste sono realizzate non sono combustibile utile per il termovalorizzatore. La presenza di rifiuto tal quale e non stabilizzato (spesso non si sa nemmeno cosa c’è nelle ecoballe), provoca problemi nella fase di bruciatura, innalzando la temperatura, ed oltre una certa temperatura l’inceneritore produce pericolosissima diossina, che va a finire in atmosfera.
È recente la notizia che in alcuni abitanti della Campania sono stati riscontrati valori elevati di diossina nel sangue.

Il termovalorizzatore andrebbe adeguato tecnologicamente, ma fermarlo per 6, 7 mesi, sarebbe un danno economico per la A2A. Per il momento nei primi 500 giorni di funzionamento ha superato i limiti di emissioni delle polveri sottili per oltre 200 volte, dove il limite di legge è di 35 giorni l’anno.

Legge 123
Con la legge 123 del 2008 il governo Berlusconi va incontro alle esigenze della Fibe: chiude gli impianti di Cdr, e ne prevede la vendita come rottami, sceglie di bruciare tutto, senza separare “secco” dall’ “umido”, deroga all’obbligo di rendere impermeabili le pareti e il fondo delle discariche, autorizza lo sversamento in discarica  anche di alcuni rifiuti pericolosi, prescrive la costruzione di 4 inceneritori, poi divenuti 5, che, si badi bene, eccedono notevolmente la capacità produttiva dell’intera regione in materia di rifiuti, e questo mentre la medesima legge prevedesse il raggiungimento del 50% di differenziata. Segnale ovvio, quest’ultimo, del progetto governativo di rendere la regione Campania il polo dell’incenerimento dei rifiuti di tutta l’Italia.

Stir
Il problema era che di inceneritore ne esisteva solo uno, che si è fatto attendere parecchio, ed una volta completato funzionava anche male. Per cui si corre ai ripari, al fine di non sottrarre combustibile al nascente polo dell’incenerimento, cambiando il nome agli impianti di Cdr, che diventano Stir (Stabilimenti di Tritovagliatura ed Imballaggio dei Rifiuti), cioè non più impianti per il riciclo dei rifiuti, ma semplicemente impianti per la tritovagliatura e l’imbustamento, dai quali poi i rifiuti, sotto forma di ecoballe, partivano per l’inceneritore oppure per essere accatastati in discariche senza alcuna procedura di stabilizzazione (cioè non si realizza FOS, ma rifiuto imbustato).
Trattandosi di rifiuti “tal quale”, cioè non separati, non trattati, ma solo sminuzzati, nelle discariche producono il cosiddetto “percolato”, residuo dei rifiuti organici (la frazione umida), che finisce nelle falde acquifere inquinandole. Oltre al percolato tali rifiuti producono anche metano che finisce in atmosfera, incrementando l’effetto serra.

E che l’operazione di separazione non sia fatta oppure sia fatta male, è dato accertato anche dalla Commissione europea che ha visitato la Campania qualche mese fa. Alla domanda “come vagliate i rifiuti? Come separate il materiale tossico?”, viene risposto che “la separazione viene fatta qui, a vista”. Appena i traduttori della commissione finiscono quest’ultima frase l’incredulità si dipinge sul volto dei parlamentari europei: “Come fate a vedere i materiali tossici?”. Mistero!
Ad ulteriore conferma lo stesso capo delegazione, Judith Merkies, solleva un fusto vuoto di plastica, sul fianco ci sono chiari simboli che lo denotano come contenente materiale corrosivo e tossico. Vengono ritrovate bottiglie di oli lubrificanti, fili elettrici, tutti materiali che non corrispondono affatto a quelli indicati dai tecnici del sito, e fanno riflettere sulla qualità della gestione di quel sito. La Comunità europea condannerà l’Italia, e precisamente il governo del 2006, per non aver rispettato la normativa europea, bloccando circa 500 milioni di euro di fondi, per evitare che fossero utilizzati per fini diversi da quelli previsti dalla normativa.

Discarica
Quindi, se il riciclo non si fa, l’inceneritore funziona poco e male, per realizzare il “miracolo” e risolvere l’emergenza, non rimanevano altro che le discariche, cioè un buco nel terreno da riempire fino all’orlo per poi passare al prossimo. Sempre la legge 123 del 2008 ne impone undici, poi diventate dodici, tutte o quasi in aree naturalistiche protette (dove paradossalmente è severamente vietato lo scarico di rifiuti!), e quindi in deroga a tutte le norme in materia ambientale.
A tale situazione rispondono tutti i Comuni (che, ricordiamolo, erano stati privati dei poteri di gestione in materia dei rifiuti) opponendosi a questo scempio ambientale, da cui la necessità di militarizzare le discariche ed usare l’esercito per proteggerle, ed impedire l’accesso ai cittadini anche soltanto per controllare se la discarica fosse realizzata a norma di legge.
L’emergenza del 2008 in Campania fu risolta così, sversando tutti i rifiuti a cielo aperto, senza alcun trattamento, nella discarica di Ferrandelle vicino Caserta. Del resto la legge 123 consente lo stoccaggio in discarica, nella sola regione Campania ovviamente, caso unico in Europa, di quasi tutti i tipi di rifiuti, compresi molti rifiuti tossici, come le ceneri dell’inceneritore. Perché, per ricollegarci a quanto detto all’inizio, non è affatto vero che il processo di incenerimento elimina il rifiuto, semplicemente si trasforma in ceneri altamente tossiche, oppure in gas che finiscono in atmosfera, inquinandola, se non vengono catturati dai filtri del termovalorizzatore. In questo ultimo caso, piuttosto raro comunque, rimane il problema di smaltire i filtri medesimi, anch’essi altamente inquinanti. La legge del 2008 ne consente, appunto, lo stoccaggio in discarica, così pare che le ceneri dell’inceneritore di Acerra finiscano nella discarica di Terzigno, nel mezzo del parco naturale del Vesuvio, nella zona dove si producono alcuni dei vini più pregiati d’Italia, come il famoso Lacrima Christi.
Oggi in quella zona non cresce quasi più nulla!

Sequestro
I siti di Stir, ex Cdr, furono sequestrati dalla magistratura nel 2004, però la gestione di questi siti fu riaffidata alla stessa Fibe, la società che, secondo la magistratura, avrebbe commesso gli illeciti. Mentre il processo, denominato Bassolino più altri, dal nome del secondo presidente di Regione che ha assunto il ruolo di Commissario ai rifiuti, va avanti, la Fibe con il consenso del governo continua la sua opera, gestendo gli impianti di smaltimento e stoccaggio dei rifiuti, finché non fosse stato scelto un altro consorzio.
Nel 2007 la magistratura sequestra 750 milioni (poi però restituiti in sede di impugnazione) di euro all’Impregilo, imponendo all’impresa un anno di interdizione da qualsiasi impiego pubblico concernente la gestione dei rifiuti. Secondo i giudici, per come erano stati realizzati gli impianti di Cdr, il ciclo dei rifiuti non avrebbe mai potuto funzionare. L’accusa degli inquirenti è semplice: i siti delle infrastrutture erano differenti dal progetto, le ecoballe erano irregolari e le analisi erano falsificate. Nel 2007 vengono confiscati 9 siti nei quali erano accatastate 9 milioni di ecoballe.

Differenziata
Per quanto riguarda la raccolta differenziata, questa è stata affidata da tempo a consorzi obbligatori di Comuni, riempiti di personale ex Lsu (lavoratori socialmente utili) e talvolta infiltrati dalla camorra, senza mai dotarli di mezzi e attrezzature per operare effettivamente.

A Napoli, ad esempio, l’azienda deputata alla raccolta dei rifiuti, compreso la differenziata, è l’Asia, con 3000 dipendenti. Nonostante questo numero sia il più alto d’Italia per tale tipo di servizio, l’Asia subappalta a numerose altre ditte la raccolta dei rifiuti.
Enerambiente, una società veneta dedicata ai servizi ecologico-ambientali, si occupa, infatti, della gestione dei rifiuti per il 69% della città di Napoli, ma a sua volta attinge ai dipendenti della cooperativa Davideco. Questo per far comprendere che la catena di appalti e subappalti fa lievitare costi e clientele, rendendo però sempre peggiore il servizio.
Una cronista del Mattino scrive che nell’aprile del 2009, poco prima dell’ennesima emergenza rifiuti a Napoli, Enerambiente si era vista contestare l’irregolarità delle vie di transito, l’omessa manutenzione degli impianti elettrici, la mancanza del certificato prevenzione incendi, la mancanza del piano emergenza attuale. In particolare, “quando gli ispettori della Asl e quelli dell’ispettorato del lavoro sono arrivati in via De Roberto insieme ai carabinieri, la strada era circondata da cumuli e cumuli di spazzatura che assediavano gli stessi capannoni della Enerambiente”. La cronista riporta anche che tra i 469 dipendenti di Enerambiente vi sono anche lavoratori che avendo precedenti penali non potevano essere assunti da una partecipata del Comune. Denuncia, inoltre, che “Asìa, che ha più di duemila lavoratori con il rapporto tra utenti e dipendenti più alto d’Italia, ha recentemente assorbito (su indicazione del commissario ad acta scelto da Bertolaso) 334 dipendenti del bacino 5 (ndr. i pregiudicati)”.

Terzigno
L’ultima, in ordine di tempo, emergenza campana, che ha portato alla cronaca nazionale il paesino di Terzigno, è esemplificativa di come vengono gestite queste situazioni.
L’amministratore delegato dell’Asia, Daniele Fortini, infatti ha ammessoall’inizio dell’estate, siamo stati costretti a sversare a Terzigno migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti putrefatti della discarica Lo Uttaro di Caserta, e dell’ex Cdr di Caivano. Avvertimmo che avrebbe provocato esalazioni moleste. La situazione è peggiorata perché ci hanno impedito di coprire i rifiuti con quaranta carichi di terra e con cisterne con enzimi che servono ad attutire la puzza e a inibire gli aggressivi gabbiani. Finora abbiamo perso 11 compattatori nuovi, per un valore di 2.176.000 euro”.

Se a questo aggiungiamo che in quel periodo vi era lo sciopero delle ditte assegnate alla raccolta dei rifiuti, 68 autisti dei mezzi raccoglitori che si ammalarono tutti insieme, infine si ebbe anche un assalto alla sede della ditta più grande che si occupa di raccolta, con incendio dei mezzi, il quadro diventa più chiaro.
Si sapeva già che Enerambiente, per i problemi detti sopra ma anche per altri, doveva lasciare Napoli, e che le altre due ditte che avrebbero dovuto prenderne il posto avrebbero iniziato il prelievo dei rifiuti solo qualche mese dopo. Insomma era ovvio, gestendo la ditta in questione il 69% dei rifiuti di Napoli, che il blocco di questa avrebbe comportato una valanga di rifiuti per le strade, tutti sapevano quello che sarebbe successo, ma nessuno fece nulla, anzi si raccontò all’opinione pubblica che l’emergenza era dovuta al blocco della discarica di Terzigno da parte dei campani, additati come fiancheggiatori, se non peggio, dei camorristi.
Eppure l’apertura di cava Vitiello era stata decisa prima dell’emergenza, ben sapendo la situazione di Enerambiente, per cui si potrebbe anche leggere il tutto come un tentativo di determinare uno scontro con la popolazione locale, al fine di poter imporre con l’uso della forza delle specifiche scelte, come ad esempio l’apertura della discarica più grande d’Europa: cava Vitiello!

La scelta è sempre la stessa, per convenienza, di pochi ovviamente, cioè aprire un altro buco nel terreno, come si voleva fare a Terzigno, affiancando alla vecchia cava Sari (700mila tonnellate) una nuova discarica (cava Vitiello) per ben 3 milioni e mezzo di tonnellate, che avrebbe potuto consentire di spostare in avanti nel tempo il problema rifiuti, di ben 4 anni, confermando i lucrosi affari dei pochi privati, a danno della salute della popolazione locale.
Forse le emergenze vengono create ad arte!

Si stima che tra gestione pubblica e privata vi siano oltre 25mila operatori, mentre ne sarebbero sufficienti meno della metà. Oggi tutti questi consorzi passano alle Provincie, con l’ennesimo spostamento di competenze, senza una effettiva riorganizzazione della situazione.
In conclusione i Comuni virtuosi che effettivamente fanno la raccolta differenziata, devono spedire i rifiuti organici in Veneto od in Sicilia a costi proibitivi ed antieconomici.

Sanatoria
Se si vuole capire perché l’emergenza rifiuti in Campania non è mai finita, si deve comprendere bene la gestione delle discariche, la loro scelta, i loro problemi. Alla fine tutto va in discarica, la soluzione all’emergenza è sempre quella di trovare un nuovo buco da riempire, e poi un altro ancora, in modo da spostare in avanti nel tempo il problema, rimandare il più possibile una soluzione, e nel frattempo guadagnare un sacco di soldi. Il tutto sulla pelle dei cittadini. Si fa della spazzatura oro, e della salute spazzatura!

Spesso le discariche si scelgono al centro dei paesi, nel mezzo di case, oppure in vicinanza di zone ospedaliere, come la discarica di Chiaiano. La scelta sembrerebbe data dall’esigenza di utilizzare vecchie discariche abusive, ma in tal modo non si fa altro che eliminare le prove di reati ambientali. Se prima era la camorra a gestire cave abusive, dalle quali prendeva materiale edile per poi utilizzare il buco come sversatoio illegale, spesso di rifiuti tossici, ora è lo Stato che se ne appropria e lo continua a riempire, rendendo difficile capire esattamente cosa c’è nella discarica, e di sicuro impossibile attribuire il reato ambientale ai privati che lo hanno realizzato. In tal modo si sana una serie innumerevole di reati ambientali consentendo a privati di lucrare non una, ma ben 3 volte sullo stesso luogo: prima come cava abusiva, poi come discarica illegale, poi come discarica legale, quindi gestione e trasporto rifiuti.
Nella zona di Giugliano si hanno 20 discariche in soli 5 km, 43 in 20, tutte su una sola strada, la “strada della vergogna”. Il pentito Vassallo, nel raccontare come venivano riempite le discariche con i rifiuti delle aziende del nord, disse che in alcune di esse anche i topi ci morivano. E non è difficile crederci se consideriamo che nella discarica di San Tammaro, in provincia di Caserta, su 21 dipendenti 5 sono morti per cancro.
Ma non basta, talvolta la stessa gestione delle discariche volute dallo Stato finisce nelle mani della delinquenza organizzata.

Misteri
Se davvero si volesse fare una storia dei rifiuti in Italia, non si potrebbe prescindere da questi elementi, e approfondendo si troverebbero numerose altre vicende intrecciate inestricabilmente.
Siamo nel 1988 quando viene ammazzato il giornalista Mauro Rostagno. Secondo un’inchiesta recente della magistratura siciliana, sarebbe stato ucciso perché avrebbe scoperto un traffico di armi e rifiuti tossici con la Somalia, e ne avrebbe parlato col giudice Giovanni Falcone.
Siamo nel 1993 quando viene ammazzato il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, che aveva fornito numerose informazioni ad una giornalista del Tg3 sul traffico illecito di scorie tossiche dall’Italia alla Somalia. Quella giornalista era Ilaria Alpi, uccisa nel 1994, insieme all’operatore Miran Hrovatin, mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali, rifiuti tossici dall’Italia che finivano in Somalia.
Secondo alcuni la Alpi avrebbe avuto informazioni importanti, in base alle quali erano coinvolti in questo traffico anche uomini delle istituzioni italiane. È la vigilia delle elezioni che avrebbero cambiato l’Italia, che avrebbero realizzato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, dopo Tangentopoli, dopo la stagione delle stragi e delle bombe, quando Ilaria Alpi chiama dalla Somalia in Italia ed avverte di avere in mano “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Ma quel servizio non andrà mai in onda.
Quella vicenda ancora oscura lasciò una scia di morti impressionante, come l’operatore della Abc che per primo giunse sul luogo dell’omicidio della giornalista, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d’albergo, oppure come Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana, un altro tra quelli che giunsero per primi sul luogo, rimasto vittima di uno strano incidente stradale sul lungolago di Lugano.
Una vicenda nella quale l’unica certezza è che chi tocca i fili del traffico dei rifiuti tossici, muore.

Reati
Altra strana circostanza mai evidenziata è che pochi giorni dopo l’approvazione, nel 2007, del disegno di legge concernente il riordino dei delitti contro l’ambiente, con l’inserimento nel libro secondo del codice penale di un apposito titolo e di nuovi tipi di reato (Inquinamento ambientale, Danno ambientale. Pericolo per la vita o l’incolumità personale, Disastro ambientale, Alterazione del patrimonio naturale, della flora e della fauna, Traffico illecito di rifiuti, Traffico di materiale radioattivo o nucleare. Abbandono, Impedimento al controllo, Danneggiamento delle risorse economiche ambientali), il governo Prodi cadde, facendo decadere la normativa che non sarà mai più ripresa dai successivi governi.

Miliardi
Tra il 1994 e il 2010 si sono spesi 8 miliardi di euro per l’emergenza rifiuti, che hanno prodotto 9 milioni di ecoballe, cioè 9 milioni di tonnellate di rifiuti che occupano 3 km quadrati di spazio, e non si sa che fine faranno, e ben 4 maxi processi, per la gestione dei rifiuti, per la realizzazione delle ecoballe, per i falsi collaudi dei Cdr e per i depuratori a mare.
Oggi, a poca distanza dalle elezioni amministrative a Napoli, nel silenzio dei mass media, in Campania si stanno nuovamente accatastando i cumuli di spazzatura, come accade immancabilmente ad ogni elezione. Forse i responsabili istituzionali, che devono garantire raccolta e smaltimento dei rifiuti, aspetteranno che gli sversatoi attivi non avranno più capienza, in modo da porre la popolazione con le spalle al muro. Forse si creerà l’ennesima emergenza, e ad ogni emergenza si riduce il tutto a un problema di ordine pubblico e si fa passare l’idea di una popolazione incapace di gestire i propri rifiuti.
Stavolta la situazione potrebbe essere anche peggiore del solito, stavolta si dovrà convincere la popolazione ad accettare discariche ed inceneritori che risolvano il problema anche per le altre regioni allo stremo: Lazio, Sicilia, Puglia, Abruzzo….

Eppure, se escludiamo qualche foglio locale, di tutto ciò non vi è notizia sui giornali, per gli italiani il problema rifiuti è risolto, oppure, al massimo, è un problema solo campano.
camorra