Ma dobbiamo rifinanziare i debiti dei greci?

Un argomento sul quale vorrei riflettere da sinistra.

In rete impazza il sostegno e la solidarietà al “popolo greco” contro lo strozzinaggio tirchio della Germania.
Beh, è sempre comprensibile e pure facile schierarsi dalla parte di chi è perseguitato e soffre in qualche modo.

Ma, visto che anche quello tedesco che dovrebbe pagare i prestiti è un “popolo” e visto che pure quello italiano, di “popolo” non è che sia esente, vista la quantità di prestiti già erogati alla Grecia provenienti in qualche modo dalle casse italiane e che dovrebbero essere riconfermati, è proprio giusto che questi due ultimi popoli, assieme agli altri europei e non, già così duramente provati da crisi e conseguenti sacrifici, debbano continuare a sobbarcarsi l’onere di prestare soldi al popolo greco?

E dove li spende il “popolo greco” tutt’oggi questi soldi, adesso che come da noi c’è un severo Governo Tecnico? (sostenuto dal socialista Georges Papandreou, il conservatore Antonis Samaras e il leader dell’estrema destra Georges Karatzaferis)
Vediamone solo alcuni:

* forestali che ricevono indennità per lavoro all’aria aperta;
* babypensioni a 55 anni per gli uomini, a 50 per le donne;
* oltre 600 tipi di lavori classificati come usuranti tra cui: parrucchiere, presentatori televisivi e così via;
* stipendi a vita per le figlie nubili dei dipendenti pubblici;
* pedofilia considerata “invalidità” e pensione ai pedofili come “invalidi”;
* sussidio di 500 euro per tutti i disoccupati;
* incentivi per i dipendenti pubblici che si presentano in orario in ufficio;
* addetti statali alla sanità procapite quasi il doppio della Germania;
* miriadi di enti inutili, come quello che preserva la salvaguardia del lago Kopais, prosciugato dal 1930.
* lo Stato che tra il 2010 e 2011, in piena crisi, ha assunto 25mila nuovi dipendenti.

Io capisco che se a un pedofilo greco viene proposto il taglio della pensione d‘invalidità questo s’incazzi, ma capisco meno che non si debba incazzare il precario italiano (o l’operaio tedesco) che debbono sobbarcarsi aumenti di Iva, benzina ecc. per continuare a finanziargliela.

Credo che dovremmo ricordarci di questi aspetti, prima di accusare di strozzinaggio la Merkel, o spingere Monti ad usare i nostri soldi (e i nostri sacrifici) per rifinanziare il debito del “popolo greco”, … che lotta insieme a noi. (Che non significa negarli, … ma solo non dimenticarlo.)

  1. Sono perfettamente d’accordo! Non dimentichiamo che la Grecia è arrivata a questa situazione grazie ad una politica (e ad una mentalità) simile alla nostra. Hanno vissuto di stravizi ed oltre alle proprie possibilità per decenni, hanno truccato i conti per entrare in Europa, si sono sobbarcati le spese delle olimpiadi, nonostante una situazione economica non florida, ed ora raccolgono semplicemente ciò che hanno seminato.
    Esattamente come la situazione italiana, popolo di ladri, a partire dall’impegatuncolo alla Fantozzi che si frega le penne e la carta dell’ufficio per arrivare al politicante o al politico di turno che si frega molto di più. Nessuna differenza tra chi frega poco o molto, visto che chi frega poco se messo nelle condizioni fregherebbe molto di più. Ci sono persone oneste, che hanno comunque un peso scarso nel panorama generale.
    Detto questo, quando si tocca il fondo non si può pretendere che chi si è comportato virtuosamente debba fare opere pie e rimetterci. Se toccherà anche a noi, significherà che ce lo siamo pure meritato.

  2. Mi verrebbe da spezzare una lancia in favore del popolo Italiano, nel senso che comunque noi un peso lo abbiamo e lo continuiamo ad avere e forse il governo Monti è stata una saggia alternativa ad una fine catastrofica, per spiegarmi vorrei esporre un trafiletto di Stefano Rodotà che parla del referendum ultimo. Ma una svolta politica è avvenuta, aprendo uno scontro politico destinato a continuare.

    “L’individuazione sempre più netta di una serie di diritti di cittadinanza, anzi di diritti inerenti alla costituzionalizzazione della persona, implica la messa a punto di una strumentalizzazione istituzionale in grado di identificare i beni direttamente necessari per la loro soddisfazione.”

    Io penso che tanti abbiano lavorato anche perchè tutto questo potesse cominciare in Italia, un insegnamento costituzionale che trova  e ha trovato interesse partendo dalle parrocchie e passando per i bar. E’ essere idealisti,  ingenui,  pensare che tutti i movimenti exstra politici abbiano fatto cadere il governo Berlusconi? 
    Che gli europei siano da sempre restii ad imparare dai propri errori è un fatto risaputo, ma la telenovelas del debito ellenico assume ormai connotati paradossali: lo spirito punitivo prevalente nei confronti della Grecia rivela l’irriducibilità degli stati europei a prendere decisioni lungimiranti fintanto che non si trovino con l’acqua alla gola. E’ la politica del castigo infatti, la punizione per chi ha sbagliato, a tornare in voga nel Vecchio Continente, nonostante che all’uso delle maniere forti verso l’indisciplinato di turno seguano solitamente problemi facilmente evitabili con soluzioni più lungimiranti e coraggiose.

    Gli esempi e i paragoni storici di scelte discutibili non mancano mai ma data la gravità della crisi greca ed europea ce n’è sicuramente uno che calza a pennello, seppure risalente ad un’epoca che appare distante anni luce dal XXI secolo: il trattato di Versailles alla fine della Prima guerra mondiale e i suoi effetti sul destino (già allora tracciato) della Germania per gli anni a seguire. L’analogia non sta nella drammaticità tra gli eventi di allora e quelli odierni, ma nella somiglianza dello spirito punitivo di ieri e oggi.
    La Prima guerra mondiale, sconvolgente per numero di vittime, distruzioni e mutamenti politici, com’è logico attendersi creò profonde lacerazioni tra gli Stati europei che non furono mai ricucite negli anni a seguire ed anzi, proprio i trattati di pace, redatti seguendo il principio di “chi sbaglia paga” (e paga molto salato), trasformarono in voragini i fossati delle tensioni tra le Nazioni rivali. Individuato – a torto o a ragione – il capro espiatorio del conflitto nell’ex deutsch Reich, i paesi vincitori con in testa la Francia, imposero alla Germania colossali riparazioni, insostenibili per un’economia stremata da anni di impegno bellico, che la portarono ben presto al tracollo economico e all’isolamento politico, spingendola a coltivare rancore e vendetta verso i nemici di sempre.
    Non voglio qui ripercorrere gli anni che videro la quindicennale metamorfosi tedesca da Repubblica di Weimar, messa in ginocchio dalla crisi del ’29,a Terzo Reich; quello che dico è che già nei castighi imposti alla Germania trovava terreno fertile il seme dell’egoismo nazionale, della discordia tra i popoli, del totalitarismo. La neonata Società della Nazioni, sorta per sostenere la cooperazione tra le nazioni, era viziata per natura dallo spirito “revanchista” francese e dall’esclusione dei vinti, e proprio per questo i suoi principi rimasero lettera morta. Allora prevalsero le punizioni e sappiamo bene quale fu il triste epilogodella vicenda.
    Certamente oggi viviamo un tempo diverso, proprio perché l’esperienza delle Guerre civili europee ci ha crudelmente insegnato quale possa essere il prezzo dell’egoismo nazionale; l’Europa Unita nacque per non ripetere gli errori del passato, perché non ci fossero più vincitori e vinti, ma ancora oggi, data l’incompiutezza del progetto comunitario, l’Europa si divide tra paesi di serie A e paesi di serie B. Come allora la Germania ebbe le sue gravi responsabilità oggi, difronte al rischio reale del crollo dell’area Euro, la Grecia ha le sue colpe e deve pagare: deve pagare per le “operazioni creative” fatte sulla contabilità nazionale, per aver vissuto ampiamente sopra le proprie possibilità, ma deveanche essere messa in condizione di poter pagare.

    La spada di Damocle delle riparazioni piegò l’economia tedesca, distrusse la stabilità monetaria e compromise irreparabilmente la vita democratica della Repubblica di Weimar fino a quando la Grande Crisi, falciando risparmi e posti di lavoro, segnò il punto di non ritorno; la Germania non fu mai davvero messa nelle condizioni di pagare il prezzo della sconfitta finché, con l’instaurazione del terzo Reich, decise di non pagarloaffato abbandonando la strada della riconciliazioni appena imboccata negli anni precedenti.
    Oggi alla Grecia vengono imposte durissime condizioni per ottenere aiuti centellinati, “riparazioni” draconiane per ridurre il debito. Ma se i greci decidessero di non pagare più? Se preferissero rischiare il default anziché accollarsi gran parte delle responsabilità che hanno determinato la crisi di Eurolandia? Con le elezioni alle porte e l’impopolarità del “dictact” europeo questa opzione diventa sempre più realistica: gli europei sono dunque pronti a pagare il prezzo dei castighi imposti con troppa leggerezza?

    Come nella Prima guerra mondiale le colpe dello scatenarsi del conflitto furono trasversali agli schieramenti e non certo attribuibili ai soli tedeschi, l’odierna crisi del debito sovrano in Europa è solo limitatamente imputabile ai conti Greci contraffatti; La Germania stessa, oggi in prima linea nell’imporre le misure di austerity non ha rispettato i vincoli di debito e deficit previsti nel trattato di Maastricht. Il problema greco però ha messo a nudo le deficienze della costruzione europea, vere cause della crisi di credibilità che investe i paesi dell’Euro, rendendo l’Unione incapace di mettere in campo soluzioni comuni a problemi condivisi.
    L’abbiamo detto, chi sbaglia paga, ed è giusto che sia così, ma se la Grecia viene lasciata a se stessa, senza prospettive che non siano tagli e recessione,la punizione potrebbe ritorcersi contro coloro che l’hanno comminata. I problemi europei non possono più essere affrontati con le egoistiche politiche nazionali dello “scarica barile” e con i soli castighi per i più indisciplinati. Quello che oggi serve tanto ai greci quanto ai tedeschi sono istituzioni europee comuni e democratiche; solo con una politica economica europea unica può essere riacceso il motore della crescita, possono essere fatti gli investimenti necessari senza minare gli stringenti impegni di tanti paesi europei per il pareggio di bilancio. Solo così chi ha sbagliato potrà saldare i propri conti, nell’interesse proprio e di tutta la zona euro.

    Il sogno europeo, quello di un’Europa veramente unita e democratica, può diventare realtà solo facendo tesoro degli errori del passato come i padri fondatori dell’Unione fecero nei giorni in cui il processo di integrazione europea ebbe inizio. L’alternativa alla Federazione europea potrebbe non essere troppo diversa dai giorni più bui della nostra storia.