Lo paghiamo il debito?

Uno dei punti principali delle proteste di questi ultimi giorni che si fregiano dello slogan “occupiamo bankitalia”, è il rifiuto di ripagare il debito pubblico. Il debito pubblico non è altro che la somma di spese in disavanzo, trattamenti fiscali di favore, benefici concessi dalla politica per clientelismo ed evasioni avvenute in passato. E’ ovvio che quando questo debito, superato un sopportabile livello, si tramuta in maggiori tasse e minori servizi per i cittadini, si corre il rischio di una rivolta contro di esso come, appunto, stiamo osservando in questi giorni. Sia chiaro, non si vuole in alcun modo accusare chi giustamente si sente defraudato di un futuro, chi si sente costretto a pagare le conseguenze di scelte altrui, nella maggior parte dei casi la protesta è legittima, per tutti coloro i quali hanno subito scelte scellerate di altri, ma si rende necessario comprendere bene a quali conseguenze si va incontro quando si intraprende una strada poi non più revocabile.

Ormai è una guerra tutti contro tutti, ognuno ha qualcosa di cui lamentarsi, e qualcuno al quale addossare la colpa, in un’operazione che assume contorni piuttosto demagogici. I giovani protestano perché non vogliono pagare i debiti contratti dai loro padri e dalle precedenti generazioni, accusate di aver vissuto al di sopra delle loro possibilità; il Nord protesta perché non ritiene di dover pagare gli sprechi delle regioni povere del Sud, accusate di voler drenare soldi da quelle regioni che effettivamente li producono quei soldi; i lavoratori non vogliono pagare per i vantaggi degli imprenditori, ritenuti collusi con la politica, mentre gli imprenditori a loro volta ritengono ingiusto dover pagare gli eccessi dello Stato sociale volto ad un assistenzialismo eccessivo e deleterio e spesso visto in combutta con un sindacato sovente considerato una zavorra alla crescita economica del paese; poi le piccole imprese protestano perché vedono le grandi imprese come le uniche ad aver beneficiato dei grandi progetti e degli aiuti di Stato, mentre le grandi imprese se la prendono con le piccole imprese e i professionisti ritenuti evasori e fonte di mercato nero.
Insomma tutti contro tutti, gente contro partiti, partiti contro gente, i primi tacciati di corruzione e furti, i secondi di qualunquismo e demagogia.

Ma quali le possibili conseguenze di una scelta così radicale? Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi, perché ogni paese ha una storia a sé, e quindi non è possibile prendere esempi altrove per trasportarli in una realtà come l’Italia, principalmente per il fortissimo intreccio economico con l’Unione Europea. Comunque il rifiuto del debito potrebbe, in una prima ipotesi, determinare una tendenza al particolarismo ed una facilistica idea della risoluzione dei propri problemi da soli, senza l’aiuto di altri, sia a livello nazionale che locale. Questa è la via per la dissoluzione dell’unità nazionale con la creazione di tante autonomie, regionali, provinciali, fino a quelle locali, dove ognuno si fa via via carico del “proprio” debito personale, una forma estrema di federalismo.
È evidente che nell’Italia di oggi queste spinte particolaristiche sono già presenti e fortemente vive, un’accelerazione in tal senso condurrebbe, quindi, alla dissoluzione dello Stato come lo conosciamo oggi, secondo modalità che farebbero estinguere lo Stato sociale, almeno in gran parte della nazione.

Una seconda ipotesi ci conduce verso un solidarismo esasperato, in modo da mantenere tutti gli sprechi del passato. I partiti odierni hanno, infatti, una forte base clientelare, per cui potrebbe rivelarsi difficile da proporre anche solo l’idea di intaccare i benefici della loro base (idee di questo tipo, infatti, sono proponibili ormai solo da istituzioni come Bankitalia, che è per questo vista come obiettivo di proteste che in realtà dovrebbero essere dirette altrove).
Questa è la via autarchica, fortemente strumentale alla ricerca del consenso. Si avrebbe probabilmente una (molto) graduale pressione sulle rendite, l’introduzione di patrimoniali e di vincoli ai portafogli di imprese e cittadini, e si determinerebbe una economia chiusa che implica a priori una fuga dei capitali, per cui tale via non avrebbe speranza di reggere a lungo se nel contempo non si attuassero radicali misure di soppressione della libertà di movimento dei capitali, misure che facilmente sfocerebbero, col tempo, in limitazioni anche alla libertà di movimento delle persone. Si tratta anche in questo caso di spinte già presenti nel nostro paese, ma è chiaro che questa via porterebbe all’isolamento, fatale per il paese a causa dell’interdipendenza della nostra economia con quella degli altri paesi europei.

Infine, un rifiuto del debito potrebbe anche portare, per una perdurante inerzia del governo in carica, ad una incapacità di gestione dello stesso, ed essendo una sua parte importante detenuto da altri Stati o comunque all’estero, la conseguenza ovvia sarebbe l’applicazione di una amministrazione controllata dello Stato da parte di organismi internazionali, e quindi una perdita di sovranità nazionale a vantaggio di altri paesi. Questa strada è già parzialmente intrapresa, visto che la Bce ci ha di fatto imposto alcune misure economiche.  Nel seguito, come già accaduto ad altri paesi e sta accadendo alla Grecia in questo momento, verranno imposte misure draconiane per onorare il debito, tra le quali spesso si ha la (s)vendita di assett industriali primari (porti, aeroporti, centrali…).

In ogni caso, qualunque sia la strada intrapresa, il rifiuto di pagare il debito pubblico, anche solo in parte, comporterebbe conseguenze devastanti. Qualsiasi paragone con realtà come l’Islanda non sta in piedi, visto che l’Islanda è un piccolo paese con pochi abitanti e con grandi risorse naturali, al punto che quando decisero di non pagare il debito estero, e la Gran Bretagna ne fece congelare i beni all’estero (usando le leggi antiterrorismo), questa decisione non intaccò se non minimamente l’economia islandese, che anche nei momenti peggiori ha sempre avuto un Pil più che doppio di quello italiano. L’economia islandese vive di esportazioni, quella italiana di trasformazione di beni prodotti all’estero. Quale paese si fiderebbe dell’Italia che congela e non onora i debiti? Con quale moneta pagheremmo i beni da trasformare e le importazioni in generale?
Non onorando il debito pubblico ci esporremmo solo alle ritorsioni degli altri paesi, come la confisca dei nostri beni (tutte le aziende italiane hanno filiali all’estero) ed il blocco delle transazioni. E se consideriamo che gli stipendi degli statali vengono pagati con le aste dei titoli di Stato, possiamo ritenere con una certa probabilità che l’intera macchina statale sarebbe costretta al collasso. Certo, i ricchi forse si salverebbero, trasferendosi all’estero, ma sarebbero i cittadini a pagare un prezzo elevatissimo.

In realtà l’ipotesi di non onorare il debito è semplicemente improponibile e non attuabile proprio per l’interdipendenza economica e politica del nostro paese con le altre realtà europee. Non siamo un’isola, e dobbiamo molto, troppo al resto d’Europa. Bisogna inoltre rendersi conto che il problema dell’Italia non è, o quanto meno non solo, finanziario, ma economico, nel senso che la nostra economia, per scelte sbagliate dei politici, per spreco, per incompetenza dei nostri imprenditori (spesso collusi con la politica), per tutta una serie di motivi che qui è inutile analizzare, è purtroppo insufficiente a reggere una scelta autarchica. Questa è la dura realtà con la quale dobbiamo confrontarci e dalla quale non possiamo prescindere.

  1. Sempre detto che il paragone con l’Islanda è un po’ fuori squadra, ma non credo che il problema posto interessi qualcuno, questo è il punto dolente. Almeno, non al governo.

  2. In questo preciso istante a Roma, zona San Giovanni, sta accadendo il parapiglia con le solite scene di guerriglia urbana: automobili a fuoco, lancio di razzi e oggetti vari, sfondamento di vetrine, ecc.

    Questo grazie ai soliti black block incappucciati, che dovrebbero essere relegati nelle patrie galere invece di andare a creare danni.

    Anche le questioni oggetto di protesta degli indignados sono altamente infantili, il che mi fa pensare che siano prettamente strumentali e che dietro ci siano sempre i soliti movimenti.

    Fin dall’inizio questi indignados non mi avevano convinto… ora ho la tragica conferma su chi effettivamente sono!

  3. Sul duro giudizio di LorenzoGT circa gli indignati abbiamo già commentato nell’articolo di Lucia.

    Sull’evitare di pagare il debito pubblico, come scrive giustamente Bruno, qualsiasi paragone con realtà come l’Islanda non sta in piedi.  I cittadini islandesi non si sono rifiutati di pagare il debito pubblico, ma che tale divenisse un debito privato, contratto dalle banche locali zeppe di derivati con altre banche estere (per lo più inglesi). Gli islandesi si sono dunque rifiutati di pagare il debito delle banche, non un debito pubblico.

    Il rifiuto di pagare il debito pubblico  dunque che viene proposto dagli indignati  fa parte dell’utopistico modo di pensare descritto nel commento all’articolo di Lucia;  radici da comunismo utopico e tonalità “francescana” da frate sole e sora terra.  Concetti quasi infantili che si prestano pericolosamente al grave rischio del contagio populistico.

    E’ una fiaba in effetti, roba da Fata Turchina.

    Non pagare il debito pubblico comporterebbe il default, il fallimento dello Stato, e con esso tra l’altro significherebbe essere fuori dall’Europa, ritrovarsi con una moneta svalutatissima e immancabilmente con il potere d’acquisto delle classi più disagiate più che dimezzato.   E’ davvero questo che auspicano gli indignati? Siccome non credo lo sia, forse è meglio che scendano dal mondo dei sogni.  Ed in fretta.

    E facciano proposte concrete, praticabili insomma.

    Come una efficace  lotta all’evasione, che porterebbe oltre 200 miliardi di Euro.

    Come un’efficace lotta alla corruzione ed agli sprechi della politica, che ci consegnerebbe altri 100 miliardi di Euro.

    Come una riduzione del fatturato delle mafie, che oggi viaggia sui 250 miliardi di Euro.

    Come una forte tassazione patrimoniale, finalizzata a ridurre del 50% il debito pubblico, (ed i fortissimi interessi dovuti) ma completamente detraibile,  così da renderla ben più onerosa per gli evasori.

    Purtroppo nessuna di queste proposte è uscita dai sognanti indignati.  E il puttaniere gongola. 

     

     

     

  4. In effetti ci sono andato un pò pesante, ma se permettete sono veramente indignato! Altro che gli indignatos!

    E tu, Andrea, hai dato una degna spiegazione e completamento alle mie “urla”!

    Io mi aspettavo che si manifestasse mettendo in primo piano la situazione politica italiana e tutti i problemi che l’Italia deve risolvere in fretta: avere un governo autorevole e che ci permetta di fare le riforme economiche che servono a farci uscire dalla zona baratro, rivedere le leggi sul lavoro perchè si ponga definitivamente fine alla parola sfruttamento e precariato, dare più soldi alla scuola e alla ricerca, scongiurare la censura ed il bavaglio all’informazione, ecc… ed invece, hanno protestato su tematiche assurde ed utopistiche.

    In fin dei conti, continuando in questo modo, ci terremo Berlusconi, o meglio il Berlusconismo, per altri 100 anni.