L’importanza determinante dei media nella scelta di voto

E' oramai evidente a tutti che la gente non voti ragionando, ma seguendo emozioni,  sia in Italia che negli altri Paesi.

Tendenzialmente (Eurisko / Stanford Research Institute) è dimostrato che in sintesi, ei Paesi "occidentali" un terzo dell'elettorato si presenta tendenzialmente orientato a sinistra ed un terzo a destra. Due zoccoli duri che raramente cambiano idea, indipendentemente dal progetto politico, dai rispettivi leader o dall'ideologia vincente.

Il restante terzo, che diviene di fatto determinante per la vittoria, è formato da persone interessate poco alla politica e che scelgono di volta in volta, quasi mai per convincimento razionale o interesse personale, ma arrivando ad esprimere col voto un sentimento.

In una società normale con istituzioni funzionanti, buone scuole ed innanzitutto una libera e trasparente informazione, l'influenza emotiva sul voto di quel terzo è ridotta ai minimi, e soprattutto erogata in modo equo.

Ma in Italia non esiste una libera informazione, giornali e TV asserviti al regime propinano una melassa emotiva a reti unificate capace di indurre un completo consenso emotivo nel terzo di popolazione indecisa, ed in questo (ieri Berlusconi e oggi Renzi) sono maestri, costantemente in sintonia con gli umori profondi e cangianti del ventre molle Paese.

La gente vota quel politico che i media gli fanno percepire come affidabile, non chi ha mantenuto le precedenti promesse. Chi cioè promette ciò che la gente cerca in quel preciso momento.

Alla sinistra storica questo concetto è apparso da sempre incomprensibile. Ha difatti potuto vincere solo conseguentemente a crisi profonde e presentando leader di alto spessore (Prodi) che da cattolico conosceva bene invece l'importanza dell'emotività; se gli uomini scegliessero usando la sola ragione, la religione non esisterebbe da un pezzo.

Credo che su questa incomprensione ci si stia giocando la democrazia in Italia perchè per i vecchi leader di sinistra semplicemente le emozioni non esistevano, o meglio, non dovevano esistere, e generazioni di dirigenti, sin dagli anni del PCI, hanno mal digerito o comunque respinto le spinte giovanili che muovevano nella direzione di dare ascolto (ed un peso) all'emotività.

Errore.

Eppure esistono analisi sociologiche molto chiare che spiegano nei minimi dettagli come interagire con le varie fasce di cittadini, come comprenderle e come farsi da loro comprendere.
Studi di questo genere sono da tempo utilizzati dai marketer internazionali per far crescere i loro business e sempre da anni questi studi vengono intensamente utilizzati dagli uomini politici del mondo (non ultimo Obama) per le loro campagne e per definire i loro programmi fin nei minimi dettagli.

Berlusconi (ieri, e oggi Renzi) come sappiamo bene, con il loro populismo sono senza dubbio tra i massimi fruitori di questi dati.

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Come abbiamo visto, possiamo suddividere la popolazione in 3 fasce; 2 con sentimenti opposti e ben precisi che molto raramente cambiano, qualsiasi sia il programma o la linea che il loro leader gli offre:

1. un terzo dell'elettorato orientato in senso progressista (tende a seguire valori come l'eguaglianza e la giustizia sociale, l'innovazione e la solidarietà).

2. un terzo orientato in senso conservatore (è sensibile ai valori di ordine e profitto, patria e onore, meritocrazia e verticismo).

3. Il rimanente terzo, decisivo per la vittoria, è composto da persone prive di ideologie marcate, poco interessate e poco capaci di comprendere la politica e che scelgono di volta in volta in base a chi meglio riesce a suggestionarli.

Questi non scelgono per un ragionamento, per interesse o convincimento razionale, ma esprimendo col voto anzitutto quel sentimento e quelle emozioni che qualcuno è riuscito a fargli arrivare e determinando con questo il destino di tutti.

Vediamo di valutare alcuni dati.

Secondo i maggiori marketer, i fattori emotivi sono la prima fonte di persuasione. Il consumatore fa una scelta (acquista un prodotto) perchè è spinto da un bisogno, reale o indotto.

Per indurre questo bisogno, i marketer sostengono che, sia per canalizzare i bisogni reali, sia per indurre detti bisogni, possono essere manipolati i fattori emotivi.
Per poter applicare questa strategia occorre innanzitutto identificare i vari settori delle fasce sociali ai quali applicare l'intervento e quindi studiarne statisticamente la composizione sociologica, valutando le percentuali di persone che possono essere recettive ai diversi messaggi e perchè lo siano.

Secondo lo Stanford Research Institute (ma anche Eurisko riporta dati simili) l'80% della popolazione è "eterodiretta", non è cioè in grado di decidere da sé.
Per arrivare ad una scelta essi subiscono passivamente l'influenza dei mass media, delle pubblicità, delle mode, dell'ambiente di lavoro o di quello in cui vivono, degli amici e della famiglia.

Un 80% di popolazione che appare quindi indotta alla scelta da fattori esterni.
Essere in grado di comprendere detti fattori e saperli manipolare significa conquistare un particolare mercato, vendere un determinato prodotto o … farsi votare.

Seguendo l'analisi dello Stanford Research Institute, abbiamo:

1. un terzo (il 33%) di cittadini progressisti, dei quali:

* circa il 20% che sa bene il perchè.
* circa l'80% che non lo sa esattamente, ma segue convinzioni e tradizioni, ambientali o famigliari.

2. un terzo (il 33%) di cittadini conservatori, dei quali:

* circa il 20% che sa bene il perchè.
* circa ll 80% che non lo sa esattamente, ma segue convinzioni e tradizioni, ambientali o famigliari.

3. un terzo (il 33%) di cittadini privi di un orientamento di fondo e che segue l'emotività del momento e chi è capace di saperla loro trasmette.

E' evidente che impadronendosi dei mezzi di comunicazioni è scontato che si arrivi facilmente a conquistare una larghissima fascia di questo terzo di popolazione.

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Ma vediamo l'importanza del beneficio emotivo nelle scelte.

E' dimostrato che nelle scelte quotidiane che compiamo, (nel scegliere un tipo di orologio, un appartamento o un vestito) sia l'emozione più che la razionalità a portarci a scegliere.

Facciamo un esempio di scelta data dall'emozione, [o scelta emozionale];
Pensate ad una tavola bella spessa, larga un metro e lunga 20 appoggiata al pavimento. Ci correreste sopra senza problemi vero?

Immaginatela a 100 metri d'altezza.
La parte logica della mente ci dice che non c'è problema, che di fatto è uguale a prima, ma domina la paura e non ci sentiamo più così tanto di correrci sopra.
Poi certo possiamo dire che forse potrebbe rompersi, che potrebbe esserci vento,… ma sono considerazioni successive queste, razionali.
Ciò che invece avvertiamo subito, aldilà del ragionamento, l'immediato senso di timore e paura è dato da una reazione del sistema emozionale, che operando in maniera indipendente dal pensiero cosciente e razionale diffonde i propri effetti chimici e …ci fa scegliere.

Fa comprare o votare.

E ci fa anche NON comprare (o non votare) e cercare altrove.

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Antònio Damàsio, noto neuroscienziato, ha studiato persone normali che hanno subito un danno cerebrale al sistema emozionale.
Nonostante la loro evidente normalità, privi del messaggio emozionale essi si trovano assolutamente incapaci di scegliere, sanno bene cosa devono fare e quando, ma non sanno decidere ad esempio dove vogliono vivere, cosa mangiare, come vestirsi e … cosa votare.

La ricerca ha quindi dimostrato che le decisioni finali vengono prese non dal sistema logico-razionale ma da quello emozionale-affettivo.
Le persone prive di emozioni sono dunque incapaci di scegliere.

Un messaggio pubblicitario o uno slogan politico privo di emotività è incapace di farsi scegliere.
Ed un leader incapace di suscitare aspetti emozionali affettivi non solo sarà incapace di attirare elettori ma addirittura di mantenere quelli che ha già.

Possiamo quindi concludere che se per una serie di coincidenze, inganni o azioni violente una parte politica si appropria dei mezzi di comunicazione, riesce ad assoggettarsi il consenso di buona parte dei cittadini eterodiretti e ad imporre la propria linea politica (o i propri personali interessi) a tutti quanti.
E questo può succedere indipendentemente dal raggruppamento del leader vincente, di destra o sinistra che sia.

Ma questa cari amici, non è più democrazia.

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  2. Poi sulla manipolazione-lobotomizzazione delle masse, esiste l'analfabetismo funzionale.

    Con il termine analfabetismo funzionale si designa l'incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana.

    Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

    Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.
    Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.

    Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

    Il 47% degli italiani, ci dice l‘OCSE, si informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.

    Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici…) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo.

    E io, sciocco, che ancora mi stupisco quando vedo condividere sulle vostre bacheche bufale, post di fantapolitica, invasione di immigrati, cancro curato col bicarbonato, scie chimiche, oroscopi e omeopatia. :)