Hana Silberstein: Chi ti ama più di me? –

Chi ti ama più di me

Chi ti ama più di me?

Domenica 27 aprile sono andato a Ponte Ronca  per assistere all’inaugurazione di una bella mostra di Hana Silberstein che si tiene a Ca’ la Ghironda fino al 16 maggio. La mostra, suggestiva e intrigante, ha come tema principale gli animali: gatti, cani, uccellini che si accampano in grandi tele come comparse di scene più vaste o si mettono in posa per recitare la loro parte di protagonisti. Sinuosi ed eleganti o graffianti e intraprendenti, questi animali ti guardano con occhi umani, e sembrano proporre uno scambio di ruoli: le bestie sono loro o siamo noi?

Questo solo sospetto è sufficiente per spingermi a contestare il discorso ufficiale che il presentatore della mostra ha tenuto ai presenti: “Questa pittura” ha detto in sostanza “è naturale, semplice e diretta”. Io non definirei naturale una pittura colta, ricca di citazioni e di sottintesi come è quella di Hana Silberstein. Oltretutto l’uso dell’aggettivo naturale rimanda ad una rappresentazione naturalistica della realtà, nella quale le cose sono quello che sembrano, e non altro. Qui invece siamo in presenza di oggetti e di personaggi che assumono anche un significato simbolico, e rappresentano al tempo stesso quello che sono ma anche quello che non sono.

La poetica del naturalismo è circoscritta in una dimensione tutto sommato facile da comprendere: questo è un cane, questo è un gatto, questa è una pipa; le cose reali e quelle rappresentate coincidono. Qui invece siamo costantemente in presenza di una consapevole, e non naturalistica, lettura della realtà (ironica, patetica, favolistica, onirica, surreale), e di una narrazione che ha più spessore ed è più intrigante di una semplice descrizione delle cose. Anche Magritte metteva in guardia sull’equivoco per cui realtà e rappresentazione coinciderebbero: attenzione, diceva, Ceci n’est pas une pipe.

Per questo non avrei usato nemmeno l’aggettivo semplice, che sembra relegare l’artista nella categoria dei pittori naïf. La semplicità apparente è il risultato finale di una varietà di motivi che costituiscono la personalità di Hana Silberstein, e che, filtrati e sublimati, trovano la loro espressione in un registro stilistico fondato sulla leggerezza, sull’equilibrio e sulla famigliarità. Penso agli stilemi cubisti, alle citazioni chagalliane, all’uso del collage, al richiamo alla tradizione pittorica novecentesca, alla scelta di un tratto che non è mai aggressivo e drammatizzante, ma è prevalentemente ironico, allusivo, famigliare, anche quando parla, in trasparenza, di dolori e sofferenze.

Per i naïf  la semplicità è un punto di partenza, è un orizzonte circoscritto che delimita una visione del mondo; per Hana Silberstein la leggerezza è un punto di arrivo, è la conclusione di un percorso che attraversa momenti stilistici complessi e stratificati. Chi sa leggere ritrova in tele come “Acqua alla mia piantina” anche momenti importanti della storia della pittura del Novecento (dall’informale al concettuale, dal cubista al surreale) assimilati e introiettati, metabolizzati e decantati. Anche se il risultato finale può condensarsi in una figura resa schematicamente in modo “semplice”, come l’uccellino sgraziato su sfondo blu che urla disperato, quel grido ha uno spessore simbolico che solo i sordi non odono.

Non avrei detto nemmeno che la pittura di Hana Silberstein è diretta, per lo stesso motivo per cui non è diretto il linguaggio dei sogni, non è diretto il nostro dialogo con il subconscio, non è diretto il nostro rapporto con gli animali: relazioni, queste, approcci e contiguità che sono sempre tortuosi, contraddittori, ambigui, perché scandagliano il fondo melmoso dell’irrazionale, e affiorano dal lato oscuro del nostro essere, dall’istinto del nostro essere animale. Come nella migliore tradizione surrealista, anche in queste tele gli animali parlano. Se per Breton bisogna ascoltare i messaggi dell’inconscio, che sono come i passerotti che bussano ai vetri, e per Bulgakov (in “Cuore di cane”) è un cane cinico e prepotente l’alter ego del potere, per Hana Silberstein gli animali, che hanno nomi di persona e atteggiamenti umani, si scambiano spesso le parti con i loro padroni. Non deve quindi sorprendere la tela intitolata “Chi ti ama più di me?”: chi parla è un cagnolino affettuoso che dialoga con il padrone che gioca con lui. È il cagnolino che parla, cioè l’altra parte di noi, quella che negli affetti e negli amori emerge anche indipendentemente da noi, quella che a volte ci sommerge e ci fa uscire da noi. Che poi rientriamo nella nostra umanità rassicurante.

La relazione fra uomo e animale attraversa un confine sfrangiato e permeabile, fra conscio ed inconscio. La violenza del cacciatore e la tenerezza per il proprio cagnolino si alternano e non si escludono a vicenda, come odio e passione, desiderio di sopraffazione e masochismo, ansia di potere e pietà, amicizia sincera e invidia si fondono, si confondono, si mescolano e ci intridono.

Il confine è sfrangiato e sempre mobile, come una zona di bilinguismo nella quale solo gli stolti sanno tracciare linee rette che attraversano con sicurezza la strada e dividono il tuo dal mio.

Solo i mistici dividono il nostro essere umani dal nostro essere animali. Solo gli ipocriti negano la forza misteriosa della nostra animalità. E invece l’animale che è in noi è un punto fermo – in tutti i sensi – della nostra storia di individui e anche della storia della società. Anche questo ci suggerisce la mostra di Hana Silberstein.

Il visitatore non abbia quindi paura di ascoltare il “Gatto n. 444” né di interrogarsi sull’erotismo che emana il cane sinuoso di “Presa di posizione”, né abbia timore di attraversare quel confine che va da noi a lui, e dal nostro inconscio a noi. In fondo, solo chi esce da sé può rientrare.