Dall’illuminismo alla globalizzazione

globalizzazioneL’illuminismo riteneva che l’uomo avrebbe potuto realizzare un mondo ordinato ed obbediente alla volontà umana, un mondo ospitale, nel quale non sarebbe più stato necessario affidarsi alla saggezza della creazione divina, quanto piuttosto alla capacità dell’uomo di realizzare i suoi sogni.
Poi intervenne il terremoto di Lisbona del 1755, il quale modificò profondamente le idee del tempo. La devastazione fu tale che Rousseau condannò la civilizzazione, auspicando il ritorno alla comunanza con la natura, e Voltaire utilizzò il carattere arbitrario col quale le persone furono uccise o risparmiate dal terremoto per screditare il concetto di miglior mondo possibile di Leibniz, e tra i vari pensatori dell’epoca si scatenò una violenta controversia sul tema dell’ottimismo e il problema del male sulla Terra.
La catastrofe di Lisbona esercitò, secondo alcuni al pari dell’Olocausto, una profonda trasformazione della cultura e della filosofia del tempo.

L’idea di modernità, quindi, nasce dal desiderio di un mondo più sicuro, senza sorprese, un mondo che non facesse più paura, e quindi, in ultima analisi, un mondo che si preoccupa per i suoi cittadini. L’idea era di realizzare una società che fosse responsabile per il suo popolo, offrendogli una vita libera dalla paura e pregna di dignità. Questa idea si incarnò principalmente nel concetto di Stato sociale, impropriamente tradotto con “welfare state”, una sorta di assicurazione collettiva contro le conseguenze delle avversità che potevano colpire singoli e gruppi sociali. La società avrebbe dovuto essere dietro i cittadini, in modo da proteggerli nel momento della necessità.
L’idea di fondo, decisamente dirompente per l’epoca, era che un cittadino può camminare con le proprie gambe, fare le sue scelte, solo se si fosse sentito davvero sicuro, per cui si pensò alla redistribuzione delle ricchezze come mezzo per giungere a tale fine. La libertà non basta, a meno che ci sia la garanzia che ognuno ha i mezzi e le uguali opportunità per utilizzarla.

Purtroppo quest’idea non si è mai realizzata. La globalizzazione avrebbe dovuto portare ad un ampliamento della sfera di influenza delle istituzioni politiche e giuridiche, in modo da permettere una efficace azione contro le avversità, sempre più globali, invece abbiamo avuto solo la parte negativa di questo processo, con una globalizzazione dei capitali, il trasferimento delle informazioni, e la sovranazionalizzazione del crimine e del terrorismo.
Oggi sta accadendo ciò che subivano gli uomini del medioevo e dell’antichità, quanto essi erano spaventati da ciò che accadeva e che non potevano, con gli scarni poteri delle comunità locali, impedire o controllare. I nostri antenati, però, col tempo riuscirono ad ampliare la sfera d’azione delle piccole comunità costruendo gli strumenti della rappresentanza politica e i mezzi legislativi e giuridici per controllare il caos imperante e ricondurlo a regola.
Oggi si ritorna a quello stato, quando nel XIX secolo le comunità locali persero il controllo sulle forze dello sviluppo economico a causa della nascente industrializzazione che estromise il controllo locale e si trovò in una sorta di terra di nessuno, senza regole se non quelle che il più forte riusciva ad imporre, quindi un territorio inesplorato dove il successo dipende dal potere, dal’astuzia e dalla mancanza di scrupoli.
Ci vollero due secoli perché lo stato moderno si dotasse delle regole e delle procedure utili a ricondurre all’ordine il caos, affrontando questioni che mai prima d’allora si erano poste, come la tratta degli schiavi, la regolamentazione del lavoro, l’igiene, ecc…

Oggi la situazione appare molto simile, con gli Stati moderni che si ritrovano molto indietro rispetto alla nuova globalizzazione dei capitali, mostrandoci ineluttabilmente che i mezzi per proteggere lo Stato di diritto e per mantenere lo Stato sociale, sono decisamente insufficienti.
Di fronte a forza sovranazionali, che si muovono con velocità attraverso tutti gli Stati, appare manifesto che lo Stato sociale è in ritirata dappertutto, tranne forse che per gli Stati scandinavi, e lascia i singoli individui in balia della marea montante.
La risposta è spesso quella sbagliata, molte nazioni, o comunità locali, si ritirano dentro di sé, cercando il più possibile una separazione col resto del mondo, innescando meccanismi di protezionismo economico che hanno il solo effetto di alimentare il disagio. La parcellizzazione delle comunità ha un senso solo per i pochi dirigenti di quella comunità, i quali potranno trarre vantaggi dal controllo della medesima (il loro piccolo orto personale), con l’effetto di generare una impoverimento sia produttivo che culturale della comunità stessa.

La globalizzazione parziale alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni ha determinato l’impossibilità di colpire le responsabilità umane degli eventi sovranazionali, infliggendo un duro colpo alla solidarietà sociale, in assenza della quale non può esistere alcuna autodeterminazione individuale. E la risposta dei singoli Stati, purtroppo spesso retti da quegli stessi individui che si trovano a muovere le forze sovranazionali, è generalmente di appellarsi alla flessibilità del lavoro, alla necessità di ridurre i costi e le tutele per i lavoratori. La ritirata dello Stato sociale, con la graduale riduzione dell’educazione per tutti, l’assistenza sanitaria per tutti, la protezione sociale, genera una profonda crisi dello Stato Nazione, che è sempre meno visto come organo deputato alla tutela degli individui più deboli, e sempre più si muove, di contro, come fiancheggiatore degli eventi sovranazionali. La crisi dello Stato Nazione è sempre più evidente quanto più esso mostra i muscoli, con gli spiegamenti di forze di polizia, spesso brutali, in occasione di eventi pubblici o di manifestazioni di protesta in piazza. Lo Stato difende se stesso, questo è ciò che ci dice, perché se adesso stiamo male, se non ci fosse nemmeno questo ultimo barlume di Stato, sicuramente staremmo peggio.

È altresì vero che lo Stato ha spesso le mani legate, per il semplice motivo che chi non si piega viene semplicemente ignorato. Il capitale si volatilizza e cambia luogo di investimenti con un solo click, e così può scegliere dove prosperare ed alimentarsi, concedendo in cambio una piccola parte della propria ricchezza.
Ci raccontano che non ci sono alternative, che lo Stato deve ritirarsi sempre di più e lasciare spazio al mercato, che è in grado di autoregolarsi, ma tutto ciò è solo una menzogna.
Lo spazio concesso ai mercati ha determinato un mutamento radicale del dna della stessa società, trasformata in una società di consumatori. In tempo di crisi ci chiedono di produrre di più, di aumentare i consumi interni, nel frattempo tagliano i servizi. Ma non si chiede un apporto dei cittadini alla produzione, perché la produzione è altrove.
Il cittadino esiste solo in quanto consumatore, e se finisce sotto la soglia minima di povertà (circa 938 euro di spesa per una famiglia di 2 persone), diventa un cittadino di serie B, con meno diritti rispetto agli altri. Il cittadino consumatore che non è più in grado di consumare a sufficienza, diventa merce scaduta, e per questo gli si abbassa automaticamente il prezzo, cioè il salario, fino ad estrometterlo dal mercato.

Dal 1960 al 2000 l’Italia ha aumentato il Pil del 360%, però, a fronte di un aumento della popolazione di 11 milioni, il numero degli occupati è rimasto sostanzialmente costante, 20 milioni e 200 mila nel 1960, 20 milioni e 400 mila nel 1999. Come si vede la crescita economica non porta affatto una crescita dell’occupazione, anzi!
Quindi la riduzione dei salari, accostata alla riduzione degli occupati, determina una riduzione costante della capacità di assorbire la produzione, perché un operario che guadagna meno, o non guadagna affatto, non potrà più comprare prodotti.
Il punto essenziale che non si vuole chiarire è che tutte le crisi del sistema capitalistico sono crisi da sovrapproduzione. Pensiamo al mercato dell’auto. Per quale motivo un italiano dovrebbe cambiare un’auto ogni anno? È evidente, quindi, che il problema non sta nella bassa produzione delle fabbriche Fiat, ma nella contrazione del mercato italiano ed europeo.

Una delle tecniche utilizzate spesso per risolvere, ma solo virtualmente, il problema innescato dalla crisi è invogliare il ricorso al credito, che poi non fa altro che spostare nel futuro i debiti.
In tal modo si consente al mercato di assorbire l’eccesso di produzione, ma nel contempo si consuma la ricchezza del futuro prima che sia creata. Insomma, le aziende producono la stessa quantità di beni, riducono i salari, e quindi aumentano i profitti, mentre i lavoratori ipotecano anche i loro futuri salari.
Il credito ha anche spezzato il legame che nelle fabbriche univa lavoratori e padroni. Tra loro vi era un’interdipendenza, perché gli uni dipendevano dall’altro, ed avevano interesse che l’altro fosse soddisfatto. Dal momento in cui il datore di lavoro può, invece, spostare i suoi capitali dappertutto in pochi secondi, questo legame si rompe e rimane solo la dipendenza dei lavoratori dal loro datore, intesa sempre più nel senso di un “prendere o lasciare”, un moderno schiavismo!
A questo proposito proprio la disoccupazione è un ottimo sistema di controllo della forza lavoro, ecco perché si mantiene comunque una larga fetta della popolazione in questo stato, talvolta si utilizzano anche gli stranieri, i quali sono più deboli perché soggetti ad espulsioni, perché destinatari di minori diritti e praticamente nessuna tutela.

Il ricorso al credito, quindi, è un ottimo sistema per trasformare la popolazione in generazioni di debitori. Le banche non hanno alcun interesse che i debitori ripaghino i loro debiti, anzi li invogliano a prendere altri soldi, gliene prestano altri per ripagare i debiti, e così in una spirale perenne diventa impossibile uscirne, finché non si viene letteralmente buttati fuori dal mercato.
Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto costantemente, e addirittura colpisce gli studenti universitari. La futura classe dirigente ed amministrativa è già indebitata pesantemente, e questo non mancherà di produrre conseguenze sulle scelte che tali persone compiranno, un giorno.

  1. Una delle tecniche utilizzate spesso per risolvere, ma solo virtualmente, il problema innescato dalla crisi è invogliare il ricorso al credito, che poi non fa altro che spostare nel futuro i debiti.
    In tal modo si consente al mercato di assorbire l’eccesso di produzione, ma nel contempo si consuma la ricchezza del futuro prima che sia creata. Insomma, le aziende producono la stessa quantità di beni, riducono i salari, e quindi aumentano i profitti, mentre i lavoratori ipotecano anche i loro futuri salari.

    Interessante questa tabella per meglio comprendere la situazione del debito pubblico mondiale.

    Consente di vedere il totale del Debito per Paese, la percentuale sul suo Pil, il debito procapite ed il tasso annuale di crescita.
    debito-pubblico