Beppe Civati

Giuseppe Civati

Giuseppe Civati

Giuseppe Civati è Consigliere Regionale per il PD alla Regione Lombardia.

Assieme alla Serracchiani e Renzi, è  considerato uno dei giovani emergenti del Partito Democratico e da questo articolo del suo blog possiamo cogliere il suo punto di vista e le sue proposte.

” La rivoluzione (ciò che vorrei da elettore)

Da sempre sostenitore del modello kirghiso (scherzo), mi sottraggo alla brillante discussione avviata da D’Alema e subito sviluppata da Franceschini, rivisitata da Bindi e reinterpretata da Vassallo (il nome indica il ruolo che svolge per conto di Veltroni). Secondo me si deve ripartire, per sobrietà, dal mattarellum ed evitare uno spettacolo simile, che puntualmente i responsabilissimi dirigenti del Pd ripropongono agli incolpevoli (e attoniti) elettori. Poi se la prendono con Renzi che chiede la rottamazione: rottamazione con il doppio turno o alla tedesca? Già.

Quello che non hanno capito i nostri sempiterni leader è che di fronte a quello che sta accadendo – icasticamente rappresentato dalla tenda berbera con hostess e cavalli e carabinieri che rievocano Pastrengo (tutto vero) – ci vuole una rivoluzione. Sì, proprio una rivoluzione. Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito. No, non si può. Non solo è sbagliato, è quasi immorale. Perché l’Italia può e deve essere meglio di così. E di fronte a quello che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, bisogna esagerare. Dall’altra parte. Sognare qualcosa di nuovo, la notte, e, durante il giorno, saperlo spiegare con parole chiare.

La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi. E vuol dire che noi dobbiamo fare proprio il contrario di così. I giornali si aspettano che noi ci mettiamo a discutere – anzi, a litigare – sul sistema elettorale? E noi non lo facciamo. E presentiamo le nostre proposte per i precari. Gli addetti ai lavori ci interrogano circa la migliore leadership di un eventuale governo tecnico che ci sappia traghettare verso le prossime elezioni? E noi rispondiamo che abbiamo un’idea per il fisco e per la lotta all’evasione. Tutti si chiedono chi si candiderà alle primarie? E noi, dal momento che tra l’altro si sono già candidati proprio tutti alle primarie, rispondiamo che abbiamo da fare, perché riaprono le scuole. Qualcuno ci cita l’ennesima dichiarazione di Bocchino (che ormai dichiara anche nel sonno)? E noi rispondiamo, sereni, che ci vuole una nuova politica estera, perché questa cosa di Gheddafi è avvilente.

E poi ci vuole una rivoluzione della politica. Sul serio. Che tolga argomenti alla famosa anti-politica (che si sono inventati i cattivi-politici), che si rivolga agli astensionisti sempre più numerosi, che sappia trovare la misura al «tempo» e alla «dote», diceva Dante, rievocando una Firenze che non c’è più. Due mandati possono bastare, si può rinunciare alla pensione, si può ridurre del 20-30% lo stipendio senza che accada nulla. Si può immaginare che chi spreca e sperpera, in un momento del genere soprattutto, torni a fare il proprio lavoro, se ce l’ha, o ne cerchi uno, se ha sempre vissuto di politica. Ho detto lavoro, non un consorzio o un ente pubblico. Che chi fa un’opera (di bene) ci metta il tempo previsto e che se non ce la fa, lo spieghi e ci spieghi chi deve pagare la penale. Ci vuole un partito che passi tutto il proprio tempo a parlare con i cittadini e non con se stesso, in uno stream of consciousness che ci sta facendo uscire pazzi. Molly Bloom? Certo. Forse senza ‘Y’. Perché siamo proprio molli.

La rivoluzione deve partire dalle cose che vanno peggio, proprio perché ci sono ampi margini di miglioramento. Ti entra in casa un idraulico. Chiedigli la ricevuta, perché potrai scaricarla dalle tasse. E se facciamo pagare le tasse, poi, anziché creare un tesoretto e discuterne con Diliberto (che è tornato, anche lui), automaticamente le restituiamo a chi le tasse le ha sempre pagate e a chi si impegna a investire per davvero.

Le grandi opere? Non ci sono solo le autostrade, ci sono anche i treni che fanno schifo, la banda larga da posare, i tubi dell’acqua da sistemare senza venderla alle finanziarie. Sei precario ma lavori da dipendente, dalle 9 alle 18. Ti diamo una notizia sconvolgente: ti stanno prendendo per il culo. E così non va bene.<p><br />

E tutti tagliano la scuola e la ricerca? E noi invece la finanziamo a prescindere, e chiediamo uno sforzo a chi se lo può permettere. E tutti pensano che la finanza sia incontrollabile, e che minimo minimo se vai in banca ti fregano di sicuro? Queste cose possono cambiare, anche subito. Grazie all’informazione, altro problema di cui occuparsi, dopo questi anni di conflitto di interessi.

Tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, è sbagliato. Abbiamo buttato via tempo e denaro. Abbiamo perso un miliardo di occasioni. Cambiare il sistema elettorale è uno strumento, cambiare la politica e la società sono i nostri obiettivi. Non invertiamo i fattori, perché il risultato – in politica – cambia. Si stravolge. Diventa irriconoscibile.

Intendiamoci, non lo dico da politico in sedicesimi: lo dico da elettore di sinistra. E lo dico dopo averne parlato con millemila elettori di sinistra. Questo ci vuole. Tutto il resto, è noia e, forse, errore a sua volta.

Una rivoluzione italiana, che parta da dove siamo deboli e incerti. E rompa lo schema della dannata comunicazione di B. Una forma di disobbedienza verso i luoghi comuni e i proverbi che ci accompagnano come fossero mantra. «Non siamo mica qui a pettinare le bambole», «non mettere il carro davanti ai buoi», «non accettiamo lezioni da nessuno». I proverbi, come le cose, si possono cambiare. E la sinistra l’hanno inventata, secoli fa, proprio per cambiare le frasi fatte. Che sono, appunto, da farsi, di nuovo, per rimettere a posto le parole.
E le cose.  “

  1. Mandiamo a casa questi Governanti e e la vecchia nomenklatura del PD, Dalema, Veltroni e compagni e rifondiamo la Sinistra con persone nuove come Civati, Vendola, Serracchiani, Chiamparino e altri giovani fuori dalla casta di sinistra e che hanno voglia di rinnovamento.
    Se non riusciremo in tutto ciò, la fine dell’Italia sarà segnata e a pagare saremo sempre noi!:twisted:

  2. – ” Metafora alla Calvino: se una notte d’inverno… finisse, finalmente. E si aprisse un’altra stagione.

    Una Repubblica in cui la politica è una cosa tra le altre, non rinuncia al suo ruolo di guida, ma non si impone ai cittadini. Al contrario.

    Una Repubblica in cui si ritrovi una misura e una credibilità, si punti al ricambio, si ridia voce agli elettori per scegliere i loro rappresentanti, provincia per provincia. Di stazione in stazione, appunto, con un’attenzione speciale per chi in questi anni è stato lontano dal potere.

    Una Repubblica in cui i parlamentari siano la metà e guadagnino come i sindaci di una città come Firenze, non tre volte tanto. Perché non si fa politica per fare soldi, in nessuna accezione del termine.

    Una Repubblica fondata sul lavoro, come una volta, non sulla rendita e sulla speculazione. In cui si torni a investire dove serve, in cui si torni a ragionare su quello che ci attende, e non solo su quello che è appena accaduto.

    Una Repubblica in cui ci siano regole che danno la libertà proprio perché sono rispettate. E perché sono comprensibili, però.

    Una Repubblica aperta e rigorosa, ordinata, in cui se si dice no al nucleare, si presenta un piano energetico alternativo (che sarebbe anche l’unico): perché, come ha detto qualcuno, la patria è quello che capiterà a chi viene dopo di noi.

    Una Repubblica in cui non si sprechi e si risparmi, dall’ambiente alla spesa pubblica.

    Una Repubblica in cui sia premiato il merito, perché però la scuola e le occasioni per crescere saranno alla portata di tutti.

    Una Repubblica delle famiglie, a cominciare dalla casa in cui vivere.

    Una Repubblica in cui i diritti non siano negati e i doveri non siano una domanda: «dov’eri?».

    A Firenze «ci divertiremo seriamente», come abbiamo promesso di fare. Ascolteremo le voci dell’Italia che ci piace e di chi politica la fa bene, con gusto e con passione. E con la preparazione che ci vuole.

    Matteo Renzi è promotore, riferimento e ospite di un momento politico partecipato e condiviso. Oltre mette a disposizione la propria struttura (unica espressione del politichese che ci permettiamo) per rendere più gradevole e democratica la partecipazione di tutti.

    Vi chiediamo di far pervenire il vostro contributo entro il 24 ottobre, in tutte le forme conosciute: buone pratiche, idee, progetti e suggestioni. Anche un piccolo contributo economico, perché nella Terza Repubblica ci saranno meno rimborsi elettorali, ma ci vorrà l’aiuto di tutti e le idee dovranno essere sostenute.

    Per parte nostra, l’unica cosa che faremo sarà quella di mettere tutti nelle condizioni di partecipare, intervenire, discutere. «Alla pari», senza precedenze, né candidature da lanciare, né cordate da sostenere.

    Ci rivolgeremo, perciò, a tutte le tribù democratiche e progressiste del Paese. E chi vorrà promuovere con noi l’iniziativa, è il benvenuto. Nessuna primogenitura, abbiamo tutti cose più importanti da fare che continuare a ‘etichettare’ cose e persone.

    A voi chiediamo soltanto di venire e di replicare, in futuro, questo appuntamento. Perché le stazioni sono tante, diffuse in quasi tutto il Paese. E le idee corrono sulla rete. E vorremmo abbonarci a un’Italia diversa, rinnovata. La prossima: vicina, solidale, nuova e, a suo modo, rivoluzionaria.

    C’è l’evento Facebook (potrebbe non esserci?), c’è l’email a cui chiedere informazioni, ci saranno alberghi convenzionati, per tutte le tasche. Ci sarà Firenze, la sua cultura e la sua bellezza. Ci sarà molto spazio (anche fisicamente, intendo) per presentare le proprie idee. Ci sarà la politica. Quella che saremo in grado di esprimere.”

     

    Postato da civati,  mercoledì, ottobre 06, 2010