Allora tocca inventare

Lettera di Sandra Bonsanti e Giulio, Volevo condividerla con voi.

“Io sono nato nel 1991: non so cosa sia un partito radicato sul territorio, io un partito così non l’ho mai conosciuto…”: come accade quasi sempre è uno dei nostri studenti a dirci la cosa a cui ancora non abbiamo pensato. Probabilmente la più importante e nuova. Quella che rompe gli schemi del monotono linguaggio della politica. Questa cosa ce l’ha detta Giulio, un ragazzo della scuola di Libertà e Giustizia di Pavia, sabato scorso. E lo ringrazio.
I giovani non sanno cosa fossero i partiti quando erano forti, hanno conosciuto solo questi, malati e in via di esaurimento per mancanza di ossigeno e di legalità. Per mancanza di idee e eccesso di autoreferenzialità.
Allora tocca pensare davvero a come potrebbe essere un partito, il partito che vorremmo votare, senza pensare al passato. Allora tocca inventare.
Forse il radicamento non è un bene assoluto. Lo abbiamo sostenuto perché ci pareva l’unico modo per conoscere il territorio e le necessità dei cittadini: bisogni materiali e aspirazioni etiche. Ma il radicamento può diventare un difetto se è l’anticamera dell’autopromozione, della immutabilità degli assetti, del “funzionariato” pesante e a vita, della distribuzione ai fedeli di posti in aziende pubbliche.
Allora diciamo che vorremmo strutture ponte fra società e la politica: strutture di ascolto come quelle degli “organizzatori di comunità” che lavoravano e lavorano per Obama.
Una volta ascoltato il territorio e raccolto problemi e proposte, serve lo studio per trovare le soluzioni. Dunque il partito nuovo deve avere, oltre alle strutture di ascolto, dei centri di studio che elaborino i dati, li analizzino, cerchino soluzioni. Dunque: esperti, competenti nelle varie discipline. Non funzionari e basta, ma studiosi di economia, del lavoro, di cultura, di diritto delle istituzioni ecc.
Dall’ascolto del territorio dovrebbero nascere anche le scelte dei candidati al Parlamento: competenza, dirittura morale, giovani e donne. E sarà sempre il territorio a deciderne l’eventuale ricandidatura.
Il partito nuovo dovrà avere a rotazione dei segretari responsabili: durano un anno o poco più e sono affiancati da una direzione. Nessuna struttura di vertice radicalizzata.
Credo che questo sarebbe l’inizio di un partito non di professionisti della politica, ma di professionisti del cittadino. Una struttura casa di vetro, una struttura di costo bassissimo.
Molto importante dovrebbe essere lo “studio”: la rielaborazione dei bisogni. Nelle varie discipline. Non più macchine parassite, ma comunità produttive, di soluzioni, di idee, di programmi. Sempre in movimento, con uno sguardo al futuro e non inchiodati al presente o peggio al passato.
Di veramente “fisso”, “stabile” solo una sommaria (molto) carta di identità nella quale il cittadino possa riconoscere i valori di fondo, i “non possumus”: le cose su cui non si transige. Pochi principi e concreti, così forti da offrire strumenti in grado di tener testa alla “finanza” o a chiunque si facesse portatore di disegni contro i diritti e i doveri previsti dalla nostra costituzione.
Alla prossima sezione della scuola di Pavia ne parlerò con Giulio e già da ora lo ringrazio per avermi costretta a ripensare…e a buttar giù queste poche righe che, ovviamente, sono solo un inizio di discussione. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare, anche se pare un sogno.

  1. ” Forse il radicamento non è un bene assoluto. Lo abbiamo sostenuto perché ci pareva l’unico modo per conoscere il territorio e le necessità dei cittadini: bisogni materiali e aspirazioni etiche. Ma il radicamento può diventare un difetto se è l’anticamera dell’autopromozione, della immutabilità degli assetti, del “funzionariato” pesante e a vita, della distribuzione ai fedeli di posti in aziende pubbliche. “

    In effetti questo è il nostro male, quello di cui soffriamo localmente.

    Ed è una una sensazione diffusa anche a livello nazionale, sentita e condivisa da parecchi cittadini, al punto che già più volte è stata strumentalizzata da chi ha ritenuto di poter in qualche modo cavalcarli questi movimenti, e al solo fine di ottenere consenso, rigenerando potere e controllo.

  2. Io, purtroppo non riesco a muovere una critica obbiettiva al Movimento 5 stelle, critica in quanto confrontato alle altre, future e odierne  forze politiche, ha molto da insegnare.

    Faccio se riesco a farmi comprendere, una prossima previsione; tutto ciò che Grillo ha fatto nascere in rete, l’idea che prefigge il miglioramento della società, il continuo scambio di informazioni, prima, raccolte, elaborate, accertate ed infine commentate da esperti, quindi veritiere, sicuramente tutto molto allettante.
    Ma in definitiva, siamo sicuri che l’utilizzatore finale di questa idea sia veramente l’uomo?
    Tutta questa raccolta quotidiana di informazioni, per decidere cosa è giusto, cosa no, chi ci frega e chi no, può portare secondo voi ad un binario di realtà morta?
    Come diceva…non mi ricordo.. ( c’è l’intelligenza ma non la ragione ?)

  3. Anche noi (del Blog di Andrez) come te abbiamo passato un periodo durante il quale vedevamo con forte interesse le argomentazioni di Grillo.

    Poi pian piano ci siamo resi conto che si trattava di altro. :mrgreen:

    Per quanto riguarda i suoi possibili personali interressi, ne discutevamo proprio oggi:

    In effetti va detto, Grillo & Casaleggio se la sono studiata bene.

    Puntano ad attaccare al massimo i finanziamenti ai partiti. “Dove ci sono soldi si ruba“.

    E così impongono rimborsi striminziti ai loro leaderini, roba di poco superiore ai 2 mila Euro appena sufficienti giusto per sopravvivere ma tali da impedire ai piccoli leader di crescere. Se poi qualcuno (come Favia) per carisma e capacità tenta di crescere lo stesso, è bloccato dal limite dei due incarichi.  Quindi, nessun leader potrà mai crescere nel M5S, salvo i due boss.

    La macchina ideata da Grillo/Casaleggio in effetti non ha bisogno dei contributi statali per garantirsi finanziamenti visto che al momento è tale da arricchirli, e grazie alla popolarità acquisita col Movimento e sul Movimento

    Il 30 aprile 2008 l’Agenzia delle Entrate ha reso consultabile tramite Internet il reddito imponibile dei cittadini che hanno presentato la propria dichiarazione dei redditi per l’anno 2005, operazione che Beppe Grillo ha contestato duramente.  Dai dati dell’Agenzia delle Entrate è emerso che Grillo aveva dichiarato nel 2005 un reddito imponibile di 4.272.591 euro.  E solo nel 2005, quando cioè era molto meno popolare, non come ora che i sondaggi lo danno oltre il 5%.

    Soldi guadagnati onestamente con il suo lavoro e la sua arte sia chiaro e positivo è senza dubbio che li abbia realmente dichiarati.  Ma è evidente che con questi suoi metodi, lui (e Casaleggio) di finanziamenti ne ottengono a palate, e tutti assolutamente strettamente in loro mani, mentre ai suoi leaderini, sempre con Contratto a Termine, vanno i 2mila e rotti Euro al mese.