25 aprile 1945, festa di liberazione

25 aprile:  ritorno a Persiceto

Inquadrati, con la bandiera tricolore davanti, nei giorni tra il 18 e il 20 aprile marciammo verso Pavullo, poi fino nei pressi di Modena.
Qui per ordine del comando generale ci fermammo qualche giorno in attesa di organizzare la sfilata nella città.
Approfittando di quella sosta chiesi il permesso di venire a Persiceto in visita ai miei parenti in quella casa che consideravo ormai la mia casa.

Ebbi in prestito una bicicletta, mi sbarazzai delle bombe a mano e, portando solo armi personali, presi la via del ritorno.
Il viaggio fu lungo, la gente mi fermava continuamente, vedendomi in divisa americana e con la striscia tricolore al braccio. Mi chiedeva se la guerra era veramente finita.
Erano circa le 23,30 quando arrivai a Persiceto.

Al buio, in bicicletta, attraversai Corso Italia.
Vicino alla Cassa di Risparmio mi sentii intimare il “Chi va là”.
In un attimo fui dietro una colonna del portico al riparo, lo sten giù di sicura.
Poi capii che si trattava di un gruppo di partigiani di ronda.
Mi feci riconoscere, ci salutammo e mi avviai verso Via Permuta per raggiungere il n. 12.

Fu una grande festa, si alzarono da letto tutti: il nonno Ernesto, vecchio socialista, mia sorella Cotti Rosa con il marito Scagliarini Gino e l’altra sorella Anna che tante volte avevano rischiato la vita, facendo da staffetta e portandomi viveri quando ero nei casòtti della Partecipanza; si alzò pure mio nipote ed alcuni vicini vennero a salutarmi.

Si parlò della guerra finita, dei sacrifici fatti, dei lutti (tanti) che aveva lasciato e delle misere condizioni in cui aveva ridotti tutti.
Il giorno dopo, prima di ripartire, mi intrattenni sulla piazza con persone, le quali chiedevano notizie dei parenti che erano con me in montagna: Enrico Nicoli (Rico), Dario Forni (Leo) e il caro amico Serrazanetti Alessandro (Tito).

Mi chiesero informazioni anche di uno che era morto in combattimento.
Non glielo dissi. Fui un vigliacco?
Mi ricordai la madre che mi aveva dato le calze preparate per il figlio e non mi sentii di dirglielo.
Tornai a Modena per la sfilata finale e la consegna delle armi.
Quindi mi stabilii a Persiceto definitivamente.
Dissi a Vecchi Enrico, a Zanetti Ariodante, a Scagliarini Giorgio e ad altri di inoltrare richiesta per il riconoscimento della qualifica di “partigiano”.
Si rifiutarono, con troppa modestia dissero: – Non abbiamo fatto nulla, solo il nostro dovere. –
E sì che tante volte avevano rischiato la fucilazione!
Molti giovani come me dopo quel 25 aprile, al di là delle ideologie politiche e delle influenze dei partiti, continuarono ad operare in un fronte unico antinazista ed antifascista, chiamato Fronte della Gioventù.
Esso operò in tutti i campi, d’accordo con gli altri gruppi, principalmente per arrivare ad una insurrezione armata, che costituiva l’obiettivo di tutte queste forze.
A Persiceto si formò un primo gruppo verso la fine del 1944, il responsabile e coordinatore era Mordacci Otello, uno spezino, che si era trasferito da La Spezia nel nostro paese e precisamente all’Accatà e continuò ad operare fino alla liberazione.
Egli era componente del Comitato di Liberazione Nazionale, assieme ai rappresentanti di tutte le associazioni politiche antifasciste.

A liberazione avvenuta passò ad altro incarico e alla presidenza del Fronte della Gioventù fui assegnato io.
Si costituì un comitato comunale che era fra gli altri composto da Riccardi Sergio, da Suozzi Ettore dal maestro Muratori, dall’ottimo segretario Risi Elvio e da Cocchi Gioiele. Quest’ultimo nell’ambito del Comitato di Liberazione Nazionale rappresentava il Fronte della Gioventù.

I compiti da eseguire erano immani, il paese era tutto costellato da macerie, la guerra aveva lasciato irrisolti tanti problemi materiali e morali.
Non vi era polizia, infuriava il mercato nero, c’era chi faceva incetta di generi alimentari nella penuria già esistente, per mandarli, a prezzi centuplicati, nelle città, ove ormai la tessera del razionamento era solo un pezzo di carta, in quanto tutto era paralizzato se non distrutto.
Arduo era il servizio d’ordine: la guerra aveva lasciato odi, rancori, ed alcuni vedevano in quei giorni la possibilità di rivalsa.
Avvenivano spiacevoli fatti come tosare delle donne, perchè avevano amato un uomo piuttosto che l’altro.
Ancora più gravi furono i fatti di sangue, molto spesso dovuti a rancori personali, ma anche a sfondo politico.
Le estorsioni avvenivano in pieno giorno: il morale e la rettitudine di molte persone erano paragonabili alle macerie, le bombe avevano demolito anche lo spirito.

Qui il Fronte della Gioventù si mobilitò in primo piano, assieme alle altre forze sane per la ricostruzione del paese.
Si operò, affiancando i due carabinieri disponibili: Spagnoli Adriano e il collega, unitamente ad altre forze; per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale, si facevano pattuglie di ronda, poichè si erano verificati assalti notturni per le strade.

Si operò pure nello smaltimento delle macerie: volontariamente gruppi di giovani con a disposizione carretto e cavallo hanno, per giorni e giorni, lavorato senza percepire alcuna retribuzione.
Si costituì un giornale locale, diretto principalmente da Loris Federici dal Rag. Risi, da Riccardi e dal maestro Muratore, si chiamava “La cicogna“, era un foglio senza pretese, ma che principalmente serviva a mettere in evidenza le necessità del paese, a esporne i problemi, cercando anche dai cittadini i consigli o i suggerimenti per risolverli.
Poi sorsero i contrasti; i partigiani, che unitariamente avevano combattuto, subirono l’influenza dei vari partiti, ne nacquero diversi tronconi, il principale dei quali è ancora l’A.N.PI.

 

  1. Grazie Alberto.
    Voglio trascrivere un po’ di frasi di chi anche con le parole è riuscito ad esprimere il pensiero di tanti cuori.
    Livio Bianco al fianco di Parri:…i partigiani uscivano da ogni parte, perchè qualcuno aveva battuto col piede per terra; ma non era un sovrano, re o principe che fosse, bensì una forza più alta e maestosa, quella che si chiama la coscienza civile, la vocazione nazionale, il senso dei valori supremi, quella essenziale virtù insomma, che, magari sotterranea e invisibile per lungo volgere di anni, erompe, nei momenti decisivi, e spinge un popolo a non mancare nell’ora del dovere storico.
    Livio Bianco, le sue parole dette il 18 settembre 1948 alla presenza di Einaudi.

    Grazie ancora Alberto  

  2. Dartagnan, ci vorrebbero anche oggi uomini come te e tutti gli altri che combatterono per la liberazione dall’oppressore.

    Oggi i tempi sono cambiati, ma gli oppressori ci sono ancora, non hanno più i rumorosi fucili e le bombe a mano, ma armi silenziose anch’esse devastanti della morale e delle dignità di noi Italiani.

    A volte, stanchi di questa situazione, anche noi gridiamo “RIVOLUZIONE” ma non ci sono più gli uomini di una volta, la maggioranza degli Italiani sono solo delle oche morte che non sanno nemmeno impugnare la loro matita per fare giustizia degli oppressori.

    Compagno Dartagnan, comunque, “HASTA LA VICTORIA SIEMPRE”…  😈

  3. ” I partigiasni lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti”.

    Così Francesco Guccini si ribella all’appropriazione indebita di un verso della sua locomotiva (“gli eroi son tutti giovani e belli“) stampato su di un manifesto che inneggia a Salò.

    Non si potrebbe esprimere in maniera più semplice e insieme più giusta la differenza tra partigiani e repubblichini: contro il nazismo oppure assieme al nazismo, questa fu la scelta. 

     

  4. E non si dimentichi il grande contributo dato dalle donne alla Resistenza.

    Le donne partigiane combattenti furono 35.000, mentre 70.000 fecero parte dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD);
    4.653 di loro furono arrestate e torturate.
    2.750 furono deportate in Germania,
    2.812 fucilate o impiccate;
    1.070 caddero in combattimento;
    15 vennero decorate con la medaglia d’oro al valor militare.