Persiceto: pecunia non outlet

L’outlet è un non-luogo.

Lo spazio a lui offerto di fatto  sottrae tre elementi vitali alla collettività: le relazioni tra i cittadini, la storia del luogo e dei suoi abitanti e la loro identità.

Là migliaia di individui ogni giorno si incrociano senza nessuna possibile interazione, spinti esclusivamente dal frenetico desiderio di consumare a buon mercato:  che i non-luoghi sono fatti per transitare e spendere, non per vivere.

L’Outlet è un non-luogo, una degenerazione commerciale della submodernità dove transitare senza lasciare nulla se non soldi e dove nulla si raccoglie se non articoli commerciali. L’outlet è travestito da modello democratico aperto a tutti che a tutti consente articoli firmati e prestigiosi a prezzi accessibili,  ma in realtà è un esempio di cinico autoritarismo, espressione di ambiente e clima artificiali e neutri, iper controllato e chiuso alle reali relazioni con l’esterno, privo di ruoli contigui alla collettività o ad essa contestualmente collegati.

Nel non-luogo outlet, il rapporto tra esso e i consumatori avviene tramite simboli astratti come voci registrate e ammiccanti cartelloni pubblicitari inducenti beneficio emotivo, come nella hall di un aeroporto parlano a persone in transito,  che mai si sono viste prima e mai si rivedranno. E’ in definitiva un luogo che produce realtà artificiali a getto continuo ed attraverso dispositivi elettronici e biopolitici, provvede al contagio ed istilla pseudomondi nella mente di commessi e clienti.

Nell’outlet l’individuo è privato delle sue caratteristiche personali e viene trasformato in “utente”, un semplice fruitore-consumatore costantemente raggiunto da immagini fortemente evocative, che una volta fornito del suo packaging pubblicizzato diviene esso stesso un media pubblicitario portatile, un consumatore ormai privo del contatto diretto con i luoghi e i soggetti della produzione.

L’immagine e la disposizione dei reparti coreografano il visitatore conducendolo attraverso un labirinto di abbondanza senza fine, isole di prodotti elaborate a tal punto da diventare irriconoscibili agglomerati di articoli esteticamente perfetti, e caratterizzati dalla completa assenza di anomalie. Nel non-luogo dell’outlet, dove l’acquisto è solo emozionale e compulsivo, il valore commerciale del prodotto sta nella griffe, più che nella reale qualità ed efficienza del prodotto.  Sotto l’egida della branca dell’economia chiamata “grande distribuzione”,  gli articoli passano da prodotto industriale a effimero capriccio.

L’outlet è l’apoteosi dei trucchi psicologici che vengono utilizzati per indurre l’acquisto di generi non necessari:  la manipolazione di luci e colori, l’illusione ottica e le ripetizioni dei giochi di specchi sono l’espressione di come il rapporto tra uomo e prodotto commerciale sia di fatto andato ben oltre il bisogno, in favore di un prodotto industriale spesso inutile e frivolo, ma griffato.  Un monumento dunque al  consumismo e all’alienazione,  espressione reale dello scontro tra società umana e società dei consumi, attraverso il rapporto tra uomo, bisogni reali, bisogni indotti  e prodotto commerciale griffato.

Il commercio di beni e prodotti  è il più potente veicolo di funzionalizzazione del tessuto sociale metropolitano delle nostre città: il consumo quotidiano cioè e il contatto attivo e reale tra i cittadini, mantiene viva la cultura locale e si traduce in abitudini, comportamenti e  interazioni, determina l’arredo urbano, gli orari d’apertura e chiusura, l’illuminazione notturna, la ristrutturazione edilizia ed il mercato immobiliare, la rivalutazione di quartieri con ricostituzione di spazi dal sapore antico come vecchie piazzette, recinti sacri, residenze nobiliari o anche solo vecchi cortili.

Stimolare e dare spazio a queste iniziative rendendole permanenti, significa mantenere in vita il tessuto sociale e culturale di un Paese.

Con la proliferazione degenerativa di supermercati e outlet, semplicemente tutto questo cessa di esistere.  Il Paese, i cittadini, perdono radici e origini, e la loro cultura, divenendo una melassa informe ed acefala di utenti consumatori.


Commenti
Sono stati scritti 5 commenti sin'ora »
  1. avatarPaolo Grandi - 25 maggio 2013

    Bravo Andrea sono contento che tu sia entrato decisamente in partita e con deller considerazioni assolutamente condivisibili Come avrai letto il NO che abbiamo espresso è certamente dovuto a 1) perchè mai un imprenditore rischia tanto quando i suoi colleghi imprenditori non credono piu’ in queste iniziative lui stesso ha dovuto rinunciare recentemente ad un investimento 2) non si vuole illudere la gente con posti di lavoro sicuri solo di promesse Ma ANCHE dele motivazioni che tu ben richiami 1) L’outlet come modello sociale da condannare e che una aministrazione di sinistra dovrebbe combattere se la sinistra ha ancora un senso in Italia e se a Persiceto abbiamo ancora una amministazione attenta ad un certo tipo di valori 2) la difesa del nostro tessuto sociale Grazie Andrea

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  2. avatarPersiceto caffè » Blog Archive » Il torcicollo - 25 maggio 2013

    […] Persiceto: pecunia non outlet […]

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  3. avatarAndrea Cotti - 25 maggio 2013

    Grazie Paolo.  :)

    Il progetto Outlet appare fortemente impattante sulla collettività persicetana e di Terred’acqua. Ci sembra doveroso dunque perlomeno tentare di approfondire il problema e cercare di discuterlo con gli Aministratori che, almeno per il momento,  appaiono intenzionati a cercare un eventuale consenso della popolazione prima di decidere.

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  4. avatarPaolo Grandi - 25 maggio 2013

    ma va!

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  5. avatarGabriele Tesini - 27 maggio 2013

    Per me hanno già deciso, ma vale la pena parlarne e provare a far sentire in nostro dissenso.

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