Ma non chiamatela crisi!

Crisi mondialeA distanza di due anni dalla sua formale nascita, siamo ancora qui ad interrogarci sui motivi e sulle possibili soluzioni della crisi finanziaria mondiale che, nonostante i bei proclami di alcuni governanti, ancora ci attanaglia e fa paura.
Quando è entrata in crisi la Grecia si è detto che il governo di Atene era responsabile per i troppi privilegi dei quali avrebbero (il condizionale è d’obbligo) goduto i lavoratori ellenici, insomma troppo Stato sociale, troppe protezioni per i lavoratori, avrebbero portato al fallimento la Grecia.
Adesso che l’Europa deve correre al capezzale della ex tigre celtica, le carte sembrano rimescolarsi, perché tutto si può imputare all’Irlanda, tranne di essere un paese che privilegia le classi povere, anzi. A Dublino sono state introdotte da anni politiche restrittive fatte di tagli e di contenimento del debito, addirittura per gli aficionados del capitalismo senza freni l’Irlanda ha rappresentato un esempio da seguire: debito pubblico irrisorio, Stato sociale al minimo, tutela del lavoro quasi inesistente, aggressiva politica di abbattimento delle tasse sulle imprese e deregolamentazione finanziaria.
Le cronache adesso ci raccontano di un paese in recessione, con la disoccupazione raddoppiata e il 90% dei posti di lavoro persi concentrati nella fascia di età sotto i 30 anni, ed una crisi che ha incattivito la popolazione che ora accusa gli stranieri di rubare il lavoro agli irlandesi. Insomma da paese che una volta accoglieva immigrati a patria di nuovi emigranti, verso il Canada e l’Australia.
La situazione era insostenibile, troppe persone che vivevano al di sopra delle loro possibilità una vita fasulla a credito, sulle spalle del futuro, appunto i soliti giovani.
Quando la bolla è scoppiata, lo shock immobiliare è stato pesante, come pesanti sono stati i sacrifici chiesti ai contribuenti. La nazionalizzazione della Anglo-Irish Bank non è bastata, quindi si è creata la Nama, una bad bank che assorbirà i crediti inesigibili e gli assett a rischio, tutta sulle spalle del contribuente. Ma il governo ha tenuto a rassicurare l’Europa: “Non siamo la Grecia”, per cui si è mantenuto il pugno duro con i sindacati, e si sono realizzati tagli alla spesa pubblica di 4 miliardi, e si tratta della terza manovra finanziaria in appena un anno. Purtroppo è sintomatico che il ministro delle Finanze, Brian Lenihan, abbia deciso di non alzare l’imposta societaria del 12,5%, mandando un chiaro messaggio agli investitori, l’Irlanda resta il luogo migliore per le aziende, tasse basse per chi ha i soldi, lacrime e sangue per tutti gli altri!
Infatti, conferma Alan McQuaid, chief economist di Bloxham Stockbrokers a Dublino, che il costo del lavoro è sceso sotto la media europea, la popolazione è giovane ed istruita, e le imposte societarie sono basse. Per cui, continua, ci sono tutte le premesse per attrarre investimenti dell’estero.

In due parole MCQuaid ci ha illustrato cosa è stata l’Irlanda dal 1993 ad oggi, quando è nata la cosiddetta “new economy” adottando una politica fiscale fortemente agevolativa per le imprese al fine di attrarre aziende e capitali. Nel giro di pochi anni un numero enorme di multinazionali operanti nel settore informatico, finanziario e dei servizi ha localizzato le sue sedi in Irlanda allo scopo di ottenere enormi vantaggi fiscali. Aziende come Google, ad esempio, ma anche Banca Mediolanum, tanto per citare qualche azienda nostrana, la quale ottiene grazie all’Irlanda tasse al 12,5% mentre in Italia pagherebbe il doppio (circa il 30%), così risparmiando molti soldi che finiscono per diventare utili per l’azienda e dividendi per i loro azionisti (l’anno scorso circa 180 milioni).
In tal modo, consentendo di lucrare sulla differenza fiscale tra l’Irlanda ed altri paesi, la tigre celtica ha visto arrivare in patria aziende e soldi, creando così numerosi posti di lavoro in settori collegati: supporto tecnico alla clientela, servizi di traduzione e di localizzazione del software, trading finanziario, sedi legali e collegate funzioni amministrative e contabili, ecc.
Tale politica agevolatrice per le aziende ha innescato un flusso di esportazioni ed importazioni di servizi più che doppio rispetto ad altri paesi (dove i servizi tendono ad essere un 10-20% rispetto alle merci).
situazione irlandese (linea blu)
Ma alla lunga questa politica ha generato una bolla speculativa (legata alla nota vicenda dei mutui subprime, cioè negli ultimi vent’anni le banche hanno usato il mercato obbligazionario per rastrellare fondi che poi hanno dato in prestito a imprese ed individui, emettendo titoli a breve per prestare soldi a lungo termine. E dato che i tassi d’interesse scendevano, questa strategia ha funzionato, fino al 2008 quando è diventato sempre più difficile coprire nel breve i prestiti concessi nel lungo periodo) e tassi di sviluppo molto elevati, e soprattutto un pesante indebitamento del settore privato. L’elevato indebitamento di famiglie ed imprese irlandesi è una conseguenza della rapida e sostenuta crescita, guidata da una politica di dumping fiscale che ha attirato imprese internazionali, e a sua volta ha generato una anormale apertura del commercio con l’estero, particolarmente nei servizi. Si tratta di una politica che in periodo di stagnazione mondiale, come è adesso, ha un enorme impatto negativo sull’occupazione.
L’esplosione della crisi globale, nel 2008, ha infatti reso tale debito privato in gran parte inesigibile, e si è quindi visto che gran parte degli assett degli intermediari finanziari erano semplicemente gonfiati od inattendibili (cioè i prestiti erano stati concessi anche a coloro che non avrebbero mai potuti restituirli), e quindi gli speculatori si sono scatenati. E tutto ciò ha portato ad un crollo dell’occupazione.
Adesso, tanto per cambiare, il governo irlandese corre ai ripari scaricando le insolvenze dei privati, principalmente le grandi banche cresciute troppo per la piccola Irlanda, sul debito pubblico, quindi sui contribuenti che ne pagheranno il conto. Si è sostenuto che un fallimento delle banche porterebbe guai a tutti, per cui il governo si è subito fatto avanti prendendosi carico delle perdite delle banche private. Quindi, gli investitori, i banchieri, gli intermediari finanziari, che hanno sbagliato i conti, che hanno prestato soldi con la speranza di ottenere enormi guadagni anche a coloro che mai avrebbero potuto restituirli, non si faranno carico delle perdite, non si prenderanno la responsabilità dei loro errori, ma li scaricheranno tutti sulle spalle dello Stato, cioè dei contribuenti. Il problema è che le perdite sono talmente elevate che non sono sufficienti le piccole spalle della ex tigre celtica, ma occorrono le ben più capienti spalle del contribuente europeo.

Ma perché i paesi europei più virtuosi dovrebbero prendersi carico delle perdite private delle banche irlandesi? Il problema sono i creditori, sia della Grecia che dell’Irlanda. Tutti i paesi, specialmente quelli europei, hanno debiti intrecciati tra loro, per cui le banche tedesche (esposizione di 184 miliardi) e quelle inglesi (esposizione di 188 miliardi), tra i primi creditori della Grecia e dell’Irlanda, devono correre ai ripari per vedere scongiurato il rischio di non riavere indietro i loro soldi. È da notare che anche in questo caso si tratta di banche private, che hanno prestato soldi ad altre banche senza accorgersi della loro scarsa solvibilità. Quindi, un ulteriore errore da parte di banchieri e finanzieri, che adesso sarà scaricato sulle spalle dei contribuenti.
Per non far fallire a catena anche le banche degli altri paesi, fino alla Germania e alla Gran Bretagna, perché non riavrebbero indietro i soldi prestati a Grecia e Irlanda, si costringe tutta l’Europa ad intervenire al salvataggio di quei due paesi, e forse anche di altri.

Niente di nuovo sotto il sole, il capitalismo va bene finché ci sono guadagni da dividere, tra i pochi capitalisti, ma appena si realizzano perdite, si passa all’odiato comunismo e si spalmano le perdite su tutti i contribuenti, principalmente i lavoratori, tramite maggiori imposte sul lavoro, sui consumi, sui patrimoni immobiliari e tagliando la spesa sociale, ma mantenendo al livello più basso possibile le imposte societarie, cioè le tasse sui capitali, la vera ricchezza.
Detto in maniera molto semplice, l’Irlanda, anzi tutta l’Europa, come del resto ha già fatto l’America, si appresta a salvare i meno capaci a spese di tutta la popolazione. Cioè salviamo i banchieri che hanno preso decisioni errate provocando perdite per miliardi di euro, coloro che hanno inventato un capitalismo di rapina che pretende di generare soldi dal nulla, prendendoli a prestito dal futuro e non invece, come dovrebbe essere, dalla produzione di beni materiali. Non è quindi una crisi del capitalismo, non è una crisi finanziaria, ma è una truffa perpetrata da pochi intermediari finanziari senza scrupoli ed alimentata da tanti ignoranti che ci hanno creduto, la classica truffa alla Bernie Madoff, una catena di Sant’Antonio che per anni è andata avanti senza che nessuno la smascherasse, fin quando i nodi sono venuti al pettine, ma stavolta perpetrata a livello mondiale, con i governi a coprirne le tracce. Si usavano i nuovi prestiti per ripagare i vecchi, finché la catena non si è interrotta, e a quel punto i politici ci hanno detto che bisognava salvare le banche private, che bisognava intervenire, perché non perdessimo i nostri privilegi (quali? Quelli di pagare sempre noi i loro errori?), e che era a rischio il nostro tenore di vita, paventando un nemico lontano, un Osama Bin Laden, un terrorismo internazionale, oppure semplicemente un nemico interno, lo straniero che ci ruba il lavoro. E mentre i politici ci terrorizzavano e ci costringevano ad avere paura del nostro stesso vicino, i banchieri ci mettevano nel mani in tasca rubandoci il nostro futuro, prendendoci tutti i nostri sudati risparmi per coprire le loro perdite, i loro errori, la loro colpevole incapacità.
Almeno la smettessero di prenderci per i fondelli raccontandoci che è per il nostro bene!

  1. Giorni fa, in termini ben più rozzi, dissi qualcosa di simile. L’Irlanda, vorrei specificare, è diventata negli ultimi 20 anni una vera fogna, facendo entrare chiunque a speculare e metter su pretese “aziende” senza pagar dazio, anche morale. Inevitabile questo risultato, ma non l’avrei salvata: i green gaelici, notoriamente inclini alla pennica sistematica, e non amanti dell’Europa,  meritavano un solenne castigo. (vista vignetta sul Misfatto? U2 declassati a U1!!).

    La Grecia paga non tanto dei privilegi ( e comunque i loro statali registravano aumenti a tamburo battente, non come noi, a secco da anni), quanto un’inedia ben nota e ormai pluridecennale: flotte in disarmo, produzione azzerata, in pratica vivevano di  turismo ( e pure sgarbatelli sono, infatti dal 1986 non ho più voluto tornarci).

    Io non la chiamo crisi, ma rappresentazione scenica per bastonare le classi sociali meno abbienti. Tutto qui.

  2. Pingback: Ma non chiamatela crisi!

  3. Comunque conviene ricordare che non è un problema dell’Irlanda o della Grecia. Anzi l’Irlanda, come del resto ha fatto l’Islanda in un settore diverso, ha cercato un modo suo per attirare capitali e per migliorare la propria situazione economica. Ma il capitalismo di rapina lo si ritrova un po’ in tutti i paesi, uno di questo è proprio l’Italia. Nessuno è immune, qualcuno sta meno peggio!

  4. Pingback: Ma non chiamatela crisi! | Informare per Resistere

  5. Il punto che volevo evidenziare era un altro. Concordo con te, ma l’Irlanda ormai ne aveva fatto una bandiera, praticamente l’unica fonte di sostentamento, da vera cicala. Va bene che quel posto lì, non è mai stato la mia passione, ma ora si vedono anche fatti del passato in una luce diversa, direi.

  6. Concordo, infatti l’ho anche detto nell’articolo che l’Irlanda era diventata la patria dei propugnatori del capitalismo più spinto.

  7.  Sono un fallito!

    Sono un fallito! – Ha esordito stamane un mio carissimo amico che conosco dalle elementari.
    Mi diceva: – non riesco a mandare avanti una famiglia, a 50 anni non mi sono fatto una posizione; lavoro pochissimo faccio fatica ad arrivare a fine mese … e sono pure caduto in depressione! –
    Non sapendo come affrontare una così aperta confessione e non avendo nessuna conoscenza in campo psicologico comportamentale (sono ignorante in materie umanitarie folisofiche), mi sono trattenuto e gli ho risparmiato la solita controrisposta dicendo che anche io non navigo in buone acque, come si fà in questi casi. Quindi una pacca sulle spalle e un bel – “vedrai che presto cambierà “.
    Poi sono tornato a casa turbato! Non del fatto che ci sia crisi e che molti hanno problemi finanziari, ma del fatto che alcuni (forse più deboli psicologicamente) si sentano responsabili di questo fallimento sino ad arrivare alla depressione,”BRUTTA BESTIA”.
    Ha cominciato a frullarmi per la testa un pensiero, e se mi capitasse anche a me di “cadere”? E mi sono messo alla ricerca di alcune notizie e mi sono documentato.
    La attuale crisi economica che, ormai noi tutti, stiamo vivendo è la chiara conseguenza che l’odierno sistema finanziario e bancario mondiale non funziona. Molti danno la colpa a tutto questo al capitalismo e alla devastante ondata di liberismo, guidata da quei potentissimi uomini d’affari, i quali, non curandosi delle possibili ripercussioni sull’economia reale e quindi delle crisi che si sarebbero avute all’interno dei vari settori produttivi come l’industria, hanno cercato solo di giungere all’accumulazione di ricchezze personali, mediante operazioni speculative e spesso fraudolente. Chiaro esempio ne è stata la famosa crisi dei mutui negli Stati Uniti. Le banche avevano ormai fatto diventare una pratica comune la cessione di mutui per l’acquisto di immobili a persone che erano chiaramente impossibilitate ad estinguere il debito. Questo tipo di pratica si era così tanto diffusa che i suddetti crediti avevano addirittura acquistato la denominazione di mutui subprime o NINJA ( No Income, No Job or Asset = Nessun Reddito, Nessun Lavoro stabile o Garanzia Finanziaria), proprio a sottolinearne l’alto rischio.
    Ma nel momento in cui, chi aveva contratto il debito, si vide alzare i tassi di interesse, capì che non sarebbe stato più in grado di sostenere il pagamento delle rate. Infatti questo avvenne e le banche procedettero immediatamente alla confisca dei vari immobili. Ma gli istituti bancari per evitare processi di svalutazione degli immobili, cioè rilevanti perdite di valore che in realtà, poco dopo, ci furono e come, si tutelarono cartolarizzando questi crediti. Ciò significa che le banche trasformavano i prestiti concessi in obbligazioni, vendute, a loro volta, ad altre banche o istituti con il futuro pagamento degli interessi come garanzia. In realtà questi interessi non furono mai completamente pagati, perché i vari debitori non riuscivano ad estinguere il proprio mutuo. Intanto la banche stavano accumulando beni reali (gli immobili confiscati) e la liquidità interna aumentava grazie alla vendita di queste obbligazioni, che avevano così arricchito i già starpotenti istituti bancari centrali e indebolito chi li aveva acquistati.
    Benché aiutare l’economia reale può determinare una certa ripresa da questa crisi, ciò rappresenterebbe un limite se l’azione dei governi non andasse oltre, in quanto si tratterebbe della risoluzione di un semplice aspetto del problema nel suo complesso. Ma per porre fine in maniera definitiva a tutto ciò e necessario partire dalla radice del problema, dalla sua causa primaria e cioè da un sistema bancario malato che deve essere assolutamente riformato. Bisogna però evitare che ci si affidi ad un piano che riproponga i vecchi schemi, mascherandoli con una scenografia, che cambia l’aspetto esterno, ma non la struttura interna del sistema, abbracciando così la tesi secondo la quale si cambia tutto per non cambiare nulla.

    E io mi domando, ma chi è che si deve sentire un fallito e andare in depressione? Chi non arriva a fine mese o chi ha causato tutto ciò!

  8. Chi ha causato tutto ciò dovrebbe sentirsi un criminale, ma la morale corrente gli suggerisce di essere un vincente.
     Quanti giovani laureati in economia, da un ventennio circa, parlo di Italia ma erano ovunque, se ne partivano per Londra. A che fare?, ci si chiedeva.  A lavorare nella City, bombetta in testa? No davvero. Assoldati per studiare prodotti finanziari,  per azzannare la povera gente.
    Secondo alcuni, negli USA, il fenomeno sarebbe in parte responsabilità di Clinton, che volle stabilizzare un suo serbatoio di voti ( gli ispanici) favorendo da parte loro l’acquisto di bene senza avere liquidità a disposizione e gettandoli, in pratica, in pasto alle fameliche banche.

    Sia come sia, sarebbe ora di finirla: azzerare i debiti, tanto , privati e stati non hanno di che pagarli: si chiama credito inesigibile; ripartire da zero e studiare nuove formuele, mandando (aggiungo io 👿 ) questi funzionarietti che hanno contribuito a rovinare i lavoratori a zappare terre incolte per tanti anni quanto hanno contribuito a devastare la società (altro che commuoversi quando portano via gli scatoloni perché giustamente, una volta finita la mission, li hanno cacciati a calci nelle chiappine sante).

    Ragionamento comunista? Fate voi. La solidarietà tra umani, questa utopia, per quanto mi riguarda è l’unica cosa che ci eleva sopra gli animali.
     Negli anni ottanta ascoltavo volentieri un giovane cantautore londinese, Billy Bragg, considerato allora un vero sovversivo, che avvisava di come stesse rotolando questa povera palla chiamta Terra. E da Londra, lui, troppe ne vedeva!

  9. E’ interessante notare che è proprio nella City di Londra che sono stati studiati i cosiddetti “derivati”, gli strumenti finanziari che tanti problemi hanno causato alle finanze mondiali. Molti enti pubblici italiani li hanno utilizzati, con risultati disastrosi, proprio perchè consentono di spostare molto in là nel futuro il debito attuale, e quindi scaricarlo sulle generazioni successive, sui dirigenti che verranno in seguito. Se sia stato un calcolo realizzato con consapevolezza delle conseguenze (l’aumento indiscriminato del debito) oppure se si è trattato di un errore di valutazione, il punto è che moltissimi enti sono o falliti, o sull’orlo del fallimento per questo motivo. Queste persone dovrebbero risponderne per incapacità, quanto meno, se non peggio (talvolta corruzione), ed è lo stesso discorso che si dovrebbe fare per i dirigenti delle tantissime banche private che hanno portato molto paesi sull’orlo del fallimento. Se si tratta di banche private non vedo perchè dovrebbe intervenire lo Stato a salvarle, non vi è alcun motivo (a parte il fatto che quei banchieri sono i principali finanziatori degli attuali politici). La nazionalizzazione del debito, invece, è l’errore più grave che si possa fare, perchè il debito si espande a macchia d’olio, viene scaricato sulle spalle di coloro che non hanno affatto contribuito a crealo (i contribuenti), e soprattutto vengono salvati i veri responsabili, i quali, non avendo pagato per le loro colpe, crederanno di poterlo fare ancora, di poter ancora sperimentare delle formule innovative che inevitabilmente saranno sbagliate e porteranno al fallimento di nuovo le loro banche. In fondo, il cretino è sempre cretino, non rinsavisce mica!

  10. E se ( Zeus non voglia) passasse questo mostro di federalismo che stanno studiando, succederebbe una cosa che in Italia sento denunciare solo da Tabacci ( ottima persona): lo stato si terrebbe i debiti, agli enti locali solo il guadagno, senza CHIEDERE NULLA IN CAMBIO, IN TERMINI DI BONIFICA DEI DEBITI PREGRESSI FATTI CON I DERIVATI.

    Andrea, ascolta, c’è qualche lavoretto che io potrei fare dalle tue parti? Bisogna tenersi pronta la via di fuga. Sono vecchia , e pure statale, ma mi piace fare le pulizie, lavare i piatti e me la cavo a organizzare…

    Pietà!

  11. Pingback: Blog di Andrez » Blog Archive » La crisi la pagano sempre gli stessi…